GLI STIVALI – un racconto sulla guerra di Liberazione

Sempre per ricordare i 70 anni dalla Liberazione, pubblichiamo un racconto scritto da Giorgio Fedel (il figlio di Libero) tra il 1952 e 1954, quando egli aveva cioè tra i 16 e i 18 anni. Emerge dal testo una profonda «verità sentimentale» che si trasforma in testimonianza storiograficamente rilevante, perché questo “lessico famigliare” è esso stesso una testimonianza non ignorabile di quali fossero le idee e le autentiche convinzioni di Riccardo Fedel (il Comandante Libero)

Giorgio Fedel

GLI STIVALI

Stavo giocando nell’orto quando gli uomini con gli stivali vennero a casa mia. Mi chiamarono:

« Sei tu il figlio di…? ». La loro voce era dura.
« Sì ». E li guardai.
Erano troppo alti e severi. Vedevo bene solo i loro stivali neri e i loro calzoni strani. Entrarono in casa.
« Dov’è tuo padre? ».
Pensai: “Papà non lo vedo da tanto tempo; la mamma ha detto che è a combattere; mamma ha detto che non devo riferirlo a nessuno”.
« Non lo so ».
« C’è tua madre? ».
« No, è al lavoro ».
« Sei tu solo, in casa? ».
« C’è anche mio fratello più piccolo: ha quattro anni ».
« Chiamalo ».
Mi affaccio sulle scale e lo chiamo. Si presenta sul pianerottolo: è tutto sporco di fango.
« Ma cosa hai fatto? ».
Mi guarda con occhi luccicanti:
« Un disegno ».
« Un disegno? E dove? ».
« Qui ». E indica con la manina la camera.
Corro di sopra: l’ho sempre detto che Bruno ha spiccate doti di decoratore, ma non intendevo incoraggiarlo a fare i suoi disegni sulle pareti della camera da letto. Penso che stasera mamma se la prenderà con me e gli mollo una sberla.
« Vieni giù, stupido! »
Si è messo a piangere e per asciugarsi gli occhi si illuridisce sempre più la faccia. Quando lo vedono, anche gli altri si mettono a ridere. Ma presto ridiventano seri.
« Dov’è papà? ».
Bruno li guarda. Forse gli fanno paura: si avvicina a me.
« Non so dov’è papà. Non l’ho mai visto ».
Lo guardano. Uno di loro gli dà un buffo sulla guancia:
« Porca miseria, ‘sta guerra…! ».
Se ne vanno. Tiro un sospiro di sollievo. Se avesse risposto altrimenti mamma dice che ci fucilano tutti e quattro. È andata!
Il fratello di Gino era uno con gli stivali. Facevano sempre a botte con lui per questo. Gino lo scusava:
« È stato costretto! Altrimenti lo mandavano in Germania ».

« Poteva andare a fare il partigiano » rispondevano.
Il fratello di Gino non aveva avuto il coraggio di andare in montagna ed ora gli avevano messo gli stivali. E la camicia nera. Portava il mitra al fianco ed era giovane: un ragazzo.
Un giorno una squadra andò con un camion fuori del paese. I partigiani li attaccarono. Il fratello di Gino morì tentando di scappare.
Ci dispiacque. Gli stava bene, ma ci dispiacque. Per Gino e per lui. Era giovane.
Nella nostra strada eravamo tutti della stessa idea. Era il clima. Il padre di Walter teneva in casa due inglesi. Se gli stivali avessero saputo, li avrebbero ammazzati tutti come porci. Noi lo sapevamo. Lo sapevano tutti i ragazzi. Ma non quelli degli stivali. E nemmeno Mario ed Ettore, i figli del fascista. Erano delle spie, pensavo, ma forse sbagliavo. In ogni caso facevamo spesso a botte perché dicevano che i partigiani erano traditori.
« I traditori siete voi! » urlavamo convinti.
Ma non era vero. Non erano loro, Mario ed Ettore, i traditori.
Comunque per le altre questioni eravamo amici: avevano una fame terribile anche loro. Tutti avevamo fame. A casa si mangiava pochissimo ed allora ci arrangiavamo a spese dei contadini. Partivamo tutti alla mattina, d’estate, e ci divertivamo fino a sera, quando tornavano i genitori. Andavamo a nuotare e mangiavamo frutta. Portavamo a casa zucche e fagioli. Le zucche le mangiavamo tutti in compagnia, seduti su un prato vicino al forno, dove si portavano ad arrostire. Era la nostra cena. Avevamo sempre fame…
I bombardamenti da noi non furono molti, dapprima, ed anzi ci pareva di essere un po’ trascurati in confronto alle città vicine. Noi piccoli, in fondo, avremmo avuto piacere che venisse qualche aereo, solo per noi. E vennero gli aerei. Ogni mattina alle dieci venivano e lanciavano due bombe per uno sul ponte della ferrovia. Che non riuscivano mai a centrare. Ogni giorno. E ci abituammo anche a loro. Anzi, ci servirono: colpirono alla stazione un treno carico di mele. Ce n’era una quantità enorme. Fu Cochi ad avvertirci. Stavamo giocando alla fucilazione: ci mettevamo a ridosso di un muro: due di noi si piazzavano con la mitragliatrice e «ta-ta-ta» ci fucilavano tutti. Giocavamo a chi moriva meglio, con più arte. Cochi arrivò gridando:
« Ragazzi, c’è un treno di pomi. È rotto. Ci vanno tutti! ».
Partimmo di volata. Sentivamo già l’odore delle mele. Alla stazione trovammo un camion di uomini neri con i mitra: non si poteva passare. Aggirammo la posizione: lungo la ferrovia scorreva un fossato pieno d’erbe. La gente rispettabile non passava di lì: non lo guardavano. Passammo e raggiungemmo il treno mentre cominciava ad ululare la sirena d’allarme. Gli stivali fuggirono. Noi non ci accorgemmo di niente se non quando sentimmo le raffiche di mitragliera e rombo assordante di caccia bombardieri sopra la nostra testa. Scappammo, senza però abbandonare le mele che c’eravamo ficcate in seno. Erano buone. Corremmo sulla strada mentre la mitragliera picchiettava sopra di noi: pareva un inferno. Riuscimmo a raggiungere un trattoria a venti metri dalla stazione. Giorgio ed io eravamo in testa ed arrivammo per primi sulla porta. Era chiusa a chiave. Ci mettemmo a battere come pazzi e poi cominciammo a spingere finché la porta non s’aprì di schianto ed entrammo a valanga nel locale mentre rintronava assordante un colpo di pistola. Un tedesco impazzito dalla paura, probabilmente credendoci partigiani, aveva sparato. Bastava qualche centimetro più in giù e mi forava il cranio.
Lo zio di Walter era partigiano. Lo tennero un po’ a casa loro perché era stato ferito. Lo andavamo a trovare ogni sera perché ci narrasse avventure di guerra:
« È vero che sei stato in Jugoslavia? ».
Sorrideva fra la barbaccia nera:
« Ma non ve l’ho già raccontata la storia della Jugoslavia? ».
« Raccontacela ancora. A noi piace lo stesso ».
E ci sedevamo per terra attorno al letto. Ed allora diceva della Jugoslavia, e di come vivevano in caserma, e che gli toccava di ammazzare per niente, e che aveva un grande desiderio di tornare a casa a vedere i suoi bambini. E tante cose, e tutte nuove: perché ogni volta i ricordi divenivano meno oscuri ed appariva tutto il passato. Quando aveva finito gli volevamo molto bene. Cosa che faceva ingelosire Walter, che perciò gli rivolgeva sempre le domande facendoci così pesare la sua superiorità di nipote diretto del nostro eroe.
« Zio, ci canti quella canzone di ieri sera? ».
Sorrideva e cominciava a cantare con voce di basso, da forte contadino:
« Fischia il vento, urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar / per conquistar la nostra primavera… ».
E così la imparammo. E la sera quando ci sedevamo sul prato a mangiare le zucche, la cantavamo. E così la impararono anche i fornai e le donne che ritiravano i panini dalla finestra.
Il giorno della fiera venne qualche giostra. Da tre giorni non venivano aerei e perciò la gente si arrischiò ad uscire di casa.
In piazza c’era tanta gente e fu questo che convinse lo zio Toni ad andare a trovare i suoi bambini prima di tornare tra i partigiani. Lo seguimmo a distanza fino in piazza. Poi le giostre ci attirarono e, augurandogli in cuore buona fortuna, lo perdemmo di vista.
Un bottegaio che l’aveva visto avvertì gli stivali. Con un camion andarono a casa sua e lo aspettarono. Cominciava ad annottare. Per non farsi vedere aveva seguito viottoli di campagna. Vide la porta e le finestre aperte, illuminate, Piero e Gianni, i suoi piccoli, corsero fuori ridendo. Da dentro li chiamò la madre. Eran due anni che non li vedeva: corse avanti.
Gli si pararono subito contro intimandogli l’alt. Si voltò di scatto e corse a
furono sopra e gli esplosero un caricatore di mitra sul cranio. Poi lo legarono dietro al camion avviandosi verso il paese che attraversarono a passo d’uomo.
Il primo che se ne accorse fu Walter che ci avvertì gridando e piangendo. Ci mettemmo dietro al camion. Piangevamo tutti. Era un bell’uomo forte. Gli volevamo bene. Dietro a noi s’era formato un corteo. Senza sapere come, si levò tra noi il canto:
« Fischia il vento e urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar… ».
Gli stivali, che fino a quel momento erano stati muti, sorpresi dal dolore provocato, si scossero. Il nostro canto provocò quella loro strana paura che aveva bisogno di altri morti per sparire. Spararono come matti per aria, ed accelerando portarono l’inutile cadavere in Caserma.
Mamma non volle che Bruno ed io restassimo a casa. Mamma seguiva la guerra: aveva comperato una carta geografica ed ascoltava la radio dell’Italia Liberata.
Sapeva che era troppo pericoloso per noi. Restarono lei e Luciano. Che doveva studiare «perché occorrono uomini che sappiano dirigere». Andammo a Venezia. Dalla nonna trovai tutti i cugini, ma rimpiangevo gli amici. E poi si pativa la fame, che rimaneva, nonostante l’esperienza, l’unica cosa alla quale non mi riusciva di abituarmi.
Si mangiava bene solo al sabato, quando mamma veniva con la valigia di “viveri”.
Un sabato venne e ci disse che restava lì perché c’era la Liberazione. Disse che avevano fermato la filovia a Mestre e che i tedeschi ed i fascisti erano terribilmente impauriti e gridavano senza ragione: una confusione da vigilia.
La mattina dopo fummo svegliati dallo scoppiare di una bomba in canale. Ci affacciammo alle finestre e vedemmo in campo S. Polo uomini con la bandiera tricolore e il mitra. Sparavano sui tetti delle case dove s’erano rifugiati gli ultimi stivali. La sparatoria durò tutto il giorno.
Eravamo pazzi di gioia: la pace, finalmente.
Il giorno seguente si poteva uscire e lo zio ci condusse al Piazzale Roma a vedere i partigiani che arrivavano. Tutta Venezia era in festa.
Tutti si abbracciavano e ridevano e piangevano.
Non dimenticherò mai quel giorno. Avevo nove anni.
Riccardo Fedel, Comandante Libero, Liberazione, Venezia, Giorgio Fedel, Gli Stivali raccontoPoi tutto si calmò. Io ero ritornato a casa ed ero felice ed anche un po’ triste: gli stivali non vennero più a chiedermi:
« Dov’è tuo padre ».
Del resto sarebbe stato inutile: mio padre non tornò più.

Racconto pubblicato (quale vincitore del Primo premio per la Prosa) su «Riccati ’48. Periodico culturale studentesco», IX, n. 3 del 23 maggio 1956, p. 4, rivista dell’allora molto attiva Associazione Allievi dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Jacopo Riccati” di Treviso. Copia originale del numero della rivista è depositata nell’Archivio della Fondazione Comandante Libero di Milano.

Per festeggiare il 70° anniversario del 25 aprile: la verità sul Caso Libero rivelata nel testamento spirituale di Giorgio Fedel

ciao comandante liberoEra l’inizio di luglio del 2014. Il 25 aprile di quell’anno sul Corriere della Sera usciva un annuncio a tutta pagina per ricordare il 70° anniversario dalla morte, purtroppo avvenuta per mano partigiana, di Riccardo Fedel, il comandante Libero.

Proprio in quei giorni di aprile, il figlio di Libero, Giorgio Fedel, veniva ricoverato per accertamenti, in seguito ai quali scopriva di essere gravemente ammalato.

Chiuso il lavoro di redazione del suo saggio La prima Resistenza armata in Italia (con la prefazione del prof. Varsori), si rende conto di non avere ulteriore tempo a disposizione, e decide di scrivere una Nota di chiusura. Una sorta di testamento spirituale, nel quale espone la sua verità sull’uccisione del padre.copertina la prima resistenza armata in italia Una verità “provvisoria”, frutto delle ricerche di anni, che ha sentito l’urgenza, a pochissime ore dalla sua morte, di far conoscere in modo diretto alla comunità degli storici e dei democratici italiani. Avvicinandosi la ricorrenza del 70° anniversario della Liberazione, pubblichiamo il suo scritto, che riteniamo onori la memoria della Resistenza ed il pensiero democratico italiani.

Giorgio Fedel, Riccardo Fedel, Comandante Libero, 8 settembre, Strabatenza, Brigata pargiana romagnola

Mentre sta andando in stampa questo mio saggio [La prima Resistenza armata in Italia alla luce delle fonti britanniche e tedesche], che ha l’ambizione, spero non infondata, di rappresentare un tassello importante nel panorama della storiografia sulla Resistenza (soprattutto nel metodo), mi trovo a combattere con un adenocarcinoma polmonare in stadio molto avanzato, che sta sempre più rapidamente fiaccando la mia resistenza. È questa, dunque, forse l’ultima occasione che mi rimane per esprimere pubblicamente – seppur in sintesi – ciò che speravo di aver tempo di illustrare ed argomentare diffusamente nella monografia su Riccardo Fedel ed il suo antifascismo “lungo”, cui sto lavorando con mio figlio Nicola da almeno tre anni. Mi si perdonerà, perciò, se approfitto della presente pubblicazione per aggiungere una nota (quasi) fuori tema.

Sono nato il 14 luglio 1936. Ho quindi ormai quasi compiuto settantotto anni. Ma come ho avuto modo dire in un’occasione pubblica a Santa Sofia nel 2011, una parte di me è rimasta a quando avevo otto anni, a quando mi dissero che mio padre era morto da partigiano.

Era la primavera del 1945. In quel periodo, quasi tutti quelli che erano partiti per la guerra, militari “regolari” o partigiani o internati nei campi di concentramento (come mio zio, Armido Piovesan), tornavano a casa. Ma mio padre non tornò. Noi, i miei due fratelli (Luciano il maggiore, Bruno il più piccolo) ed io, lo attendemmo per giorni e giorni, di vedetta all’imbocco della strada che portava a casa nostra a Mogliano, nel trevigiano, dove c’eravamo trasferiti all’inizio della guerra. Mia madre, gli zii, i nonni veneziani, la nonna paterna, dopo diversi mesi, ci dissero che il papà era stato un eroico comandante partigiano (nome di battaglia Libero Riccardi) che in Romagna, nella primavera del 1944, dopo un grande rastrellamento tedesco, era scomparso; che quasi certamente era morto. Morte presunta, ci dissero: perciò io, irragionevolmente, continuai ad attenderlo…

Luciano_Giorgio_Anita_Riccardo FedelE si sa cosa succede ad un bambino in questi casi: cresci e diventi adulto apparentemente come tutti gli altri, ma diversamente dagli altri, accanto a te sta, invisibile, silenzioso, quel bambino che non cresce, che ti tira ogni tanto per la giacca e ti chiede: « quando torna? ». E quando capita, lancinante, quel ricordo-domanda, mi si riempiono gli occhi di lacrime, che nascondo a figli e nipoti pulendo occhiali perfettamente trasparenti, ancora oggi, in questi giorni faticosi.

Mio padre fu ucciso da altri partigiani, per ragioni e in circostanze che è stato molto difficile accertare sul piano storico. In questi anni, abbiamo costantemente cercato di condividere gli esiti (sempre provvisori) delle nostre indagini con la comunità scientifica e l’opinione pubblica. Ed è quello che intendo continuare a fare con questo mio scritto, cui deve però essere attribuito un senso più politico che storiografico. Sul piano storiografico, infatti, mi sto accingendo a compiere un atto discutibile almeno quanto quello, da me criticato, di Pavone. Mi sto accingendo, cioè, ad indicare delle ipotesi, lasciando a chi verrà dopo di me il compito di verificarle (o, per essere epistemologicamente più precisi: falsificarle). Ho l’unica scusante, ritengo, di non farlo per pigrizia, ma per cause di forza maggiore.

Alcune di queste ipotesi sono in realtà state già ampiamente suffragate da prove documentali e testimoniali e addirittura sono già state inserite in varie pubblicazioni. Altre, invece, si trovano ad uno stadio più acerbo, ma rappresentano, in questo preciso momento, l’intima convinzione che mi sono fatto di cosa sia effettivamente accaduto: di quale sia la “verità”. Ed è un’intima convinzione che sento di dover esprimere direttamente, assumendomene in prima persona la piena ed esclusiva responsabilità.

Essendo convinzioni basate su fatti, prove e indizi raccolti in anni di ricerca (e non illazioni infondate), cercherò di indicare, almeno a grandi linee, i filoni documentali o storiografici ai quali attingere per un riscontro. Naturalmente, non mi esimerò dall’esprimere opinioni personali, avvalendomi ampiamente, in questi casi, del diritto di critica, con modalità – mi auguro – meno violente e scorrette di chi, su Riccardo Fedel (su mio padre), ha pensato invece, in questi anni, di potersi esprimere senza alcuna continenza.

Punto primo: mio padre venne assassinato. Non «ucciso» (come qualcuno mi pregava di dire, per essere più politically correct). Né, tantomeno, «giustiziato». La verità è che mio padre venne brutalmente assassinato. Come peraltro “certificato” dalla Procura Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di Padova, la quale ebbe modo di occuparsi del caso nel 2008, a seguito di un mio esposto-denuncia. All’epoca, l’inchiesta venne archiviata perché ritenuto troppo arduo, dato il tempo trascorso, scoprire i responsabili. Ma il fatto-delitto venne qualificato come «violenza con omicidio». Ed io mi sono permesso di concludere l’indagine privatamente.

Da quanto scoperto, risulta che gli esecutori materiali dell’omicidio premeditato di mio padre (commesso tra la fine di maggio ed i primi di giugno del 1944, in un casolare isolato di campagna tra Meldola, Ronco e Forlimpopoli), siano stati:

  • Annibale Bertaccini;

  • Adelmo Lotti, detto Boris;

  • Renato Morigi, detto Scalabrino.

Questi tre uomini furono, con ogni probabilità, solo “l’arma del delitto”. Essi infatti, in quel momento, non erano consapevoli di quanto stavano facendo (e questo vale sicuramente per Adelmo Lotti; un’ulteriore verifica andrebbe fatta su Bertaccini e Morigi, noti per la condanna subita nel 1958 per i fatti di Thiene del maggio ’45). A dircelo sono il racconto di Adelmo Lotti (riferito dal figlio Boris Lotti a Natale Graziani) e di Renato Morigi (a me riferito da Sergio Lolletti, al quale fu però impedito da Jader Miserocchi di avere un secondo colloquio con Scalabrino). I mandanti dell’omicidio, e quindi i veri colpevoli, risultano essere stati:

  • Ilario Tabarri, detto Pietro;

  • Guglielmo Marconi, detto Paolo.

I due decisero di assassinare Libero senza aver ottenuto alcuna autorizzazione dai comandi superiori e senza, tantomeno, che fosse emessa sentenza da alcun Tribunale Partigiano, nemmeno autoproclamato. La mia opinione è che lo fecero perché, nonostante avessero cercato di scaricare su Libero le (loro) responsabilità per lo sbandamento della brigata dell’aprile ’44, i comandi di pianura (conclusa un’inchiesta) decisero di designare nuovamente Libero come comandante dei partigiani romagnoli di montagna (come, con una frase ellittica ci fa sapere Arrigo Boldrini nel suo Diario di Bulow in data 11 maggio 1944). A quel punto, Tabarri e Marconi, forse comprensibilmente preoccupati delle conseguenze personali, forse sinceramente convinti di agire per il bene del Partito e della Resistenza (nonostante la diversa opinione degli organi direttivi), decisero di intercettarlo dal rientro dal Veneto e di ucciderlo, facendo “sparire” il corpo (mai più reso, né ritrovato) e ordinando a tutte le persone coinvolte di mantenere il segreto, per sempre. Qualche settimana dopo, Tabarri e Marconi uccisero (o fecero uccidere), probabilmente per il timore che potesse troppo “agitare le acque”, anche Zita Chiap, la staffetta di Libero (e forse sua compagna in quei mesi).

Complici di Tabarri e Marconi nel premeditare gli omicidi risultano essere stati:

  • Umberto Macchia, detto Pini;
  • Jader Miserocchi;
  • Luigi Fuschini, detto Savio (almeno fino al 22 aprile 1944).

Tengo a dire che sono perfettamente in grado di comprendere le motivazioni degli assassini di mio padre, siano esse state politiche o, come credo, personali (il timore di essere “epurati”). Così come sono in grado di esprimere un giudizio tutto sommato indulgente sul loro operato (viste le categorie culturali che essi possedevano e le circostanze straordinarie che si sono trovati a vivere).

La cosa che fatico a giustificare, invece, è la mancata restituzione del corpo di mio padre alla sua famiglia (Cfr. Lettere di Tabarri ad Anna Fedel), perché è dai tempi dell’Iliade che un tale rifiuto costituisce un crimine contro l’umanità.

Favoreggiatori degli assassini (con il termine intendendo chi consentì loro di sfuggire alla giustizia, negli anni successivi) risultano essere stati (in tempi diversi e con differenti livelli di responsabilità):

  • Ilio Barontini, detto Dario;
  • Adamo Zanelli, detto Jean;
  • Sergio Flamigni;
  • Luciano Marzocchi;
  • Pietro Secchia, detto Vineis.

E forse, successivamente, anche Arrigo Boldrini e Luigi Longo.

Ritengo che i favoreggiatori siano intervenuti esclusivamente per motivi politici: evitare che il Partito comunista italiano (o qualche suo esponente di punta) fosse sottoposto a processi penali o ad attacchi mediatici.

Alcuni di questi, però, credo abbiano peccato di eccesso di zelo. Mi riferisco a Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi i quali, negli anni Settanta, arrivarono, come ho scoperto, a prendersi gioco di mio fratello Luciano, assicurandogli di aver preso a cuore la vicenda di Libero e di condividere l’intento di restituirgli l’onore, mentre iniziavano un’opera sotterranea di ulteriore diffamazione della memoria di mio padre e, ne sono convinto, avviavano l’opera di occultamento e distruzione dei documenti “compromettenti” negli archivi del Partito comunista.

Con grandissima amarezza, ho di recente scoperto che anche l’ex onorevole Elio Fregonese (che consideravo mio padre putativo) prese parte a questo “crimine contro la verità”, forse nella speranza che ciò lo potesse aiutare a far carriera nel Partito.

Il “danno collaterale” di questo favoreggiamento è ancora oggi rappresentato dal «buco nero della storiografia» che il presente saggio ha voluto contribuire a illuminare.

Le ragioni politiche dell’esistenza di questo “buco” sono cessate nel 1989. Eppure, in Romagna, in alcuni ambienti, il tempo sembra es­sersi fermato. All’Istituto Storico della Resistenza di Forlì (ancora oggi egemonizzato dalla famiglia Flamigni), nelle Anpi romagnole e, di conseguenza, nei comitati direttivi degli Istituti storici di Ravenna e Rimini, incapaci di sottrarsi alle strumentalizzazioni politiche e di svolgere quel ruolo esclusivamente scientifico che i loro statuti li obbligherebbero a svolgere, permangono sacche di stalinismo che sarebbe doveroso, sul piano della politica culturale di questo Paese, sradicare.

Tutto quanto precede risulta: da documenti del Fondo Ottava Brigata e da altri «in via di riordino» conservati all’Istituto Storico della Resistenza di Forlì; da documenti del Fondo 28ª Brigata conservati negli Archivi del Novecento di Ravenna; da documenti del Fondo Aldo Cucchi, conservati all’IRSIFAR; da documenti delle brigate Garibaldi e/o della Direzione Nord del PCI conservati all’Istituto Gramsci di Roma; da documenti “dimenticati” nell’Archivio Flamigni di Oriolo Romano; da documenti reperiti negli archivi militari britannici e tedeschi; da documenti dell’Archivio della Fondazione Comandante Libero e dell’Archivio Famiglia Fedel (in particolare: le lettere di Tabarri inviate nel 1946 alla sorella di mio padre, Anna Fedel).

Voglio rivolgere, in conclusione di questa Nota, un abbraccio fraterno ai tanti che, in questi anni, si sono dimostrati vicini e hanno sostenuto questa mia “battaglia” e, soprattutto, a coloro i quali ne hanno compreso le ragioni più profonde, che non erano (solo) familiari e affettive, ma (anche) scientifiche e politiche.

Treviso, 9 luglio 2014

Giorgio Fedel

Alle sei e un quarto del mattino dell’11 luglio 2014, Giorgio Fedel si è spento nella sua casa di Treviso, dove ha continuato a lavorare fin quasi all’ultimo istante, facendo in tempo a licenziare, il 9 luglio dell’anno scorso, il testo sopra pubblicato.