GLI STIVALI – un racconto sulla guerra di Liberazione

Sempre per ricordare i 70 anni dalla Liberazione, pubblichiamo un racconto scritto da Giorgio Fedel (il figlio di Libero) tra il 1952 e 1954, quando egli aveva cioè tra i 16 e i 18 anni. Emerge dal testo una profonda «verità sentimentale» che si trasforma in testimonianza storiograficamente rilevante, perché questo “lessico famigliare” è esso stesso una testimonianza non ignorabile di quali fossero le idee e le autentiche convinzioni di Riccardo Fedel (il Comandante Libero)

Giorgio Fedel

GLI STIVALI

Stavo giocando nell’orto quando gli uomini con gli stivali vennero a casa mia. Mi chiamarono:

« Sei tu il figlio di…? ». La loro voce era dura.
« Sì ». E li guardai.
Erano troppo alti e severi. Vedevo bene solo i loro stivali neri e i loro calzoni strani. Entrarono in casa.
« Dov’è tuo padre? ».
Pensai: “Papà non lo vedo da tanto tempo; la mamma ha detto che è a combattere; mamma ha detto che non devo riferirlo a nessuno”.
« Non lo so ».
« C’è tua madre? ».
« No, è al lavoro ».
« Sei tu solo, in casa? ».
« C’è anche mio fratello più piccolo: ha quattro anni ».
« Chiamalo ».
Mi affaccio sulle scale e lo chiamo. Si presenta sul pianerottolo: è tutto sporco di fango.
« Ma cosa hai fatto? ».
Mi guarda con occhi luccicanti:
« Un disegno ».
« Un disegno? E dove? ».
« Qui ». E indica con la manina la camera.
Corro di sopra: l’ho sempre detto che Bruno ha spiccate doti di decoratore, ma non intendevo incoraggiarlo a fare i suoi disegni sulle pareti della camera da letto. Penso che stasera mamma se la prenderà con me e gli mollo una sberla.
« Vieni giù, stupido! »
Si è messo a piangere e per asciugarsi gli occhi si illuridisce sempre più la faccia. Quando lo vedono, anche gli altri si mettono a ridere. Ma presto ridiventano seri.
« Dov’è papà? ».
Bruno li guarda. Forse gli fanno paura: si avvicina a me.
« Non so dov’è papà. Non l’ho mai visto ».
Lo guardano. Uno di loro gli dà un buffo sulla guancia:
« Porca miseria, ‘sta guerra…! ».
Se ne vanno. Tiro un sospiro di sollievo. Se avesse risposto altrimenti mamma dice che ci fucilano tutti e quattro. È andata!
Il fratello di Gino era uno con gli stivali. Facevano sempre a botte con lui per questo. Gino lo scusava:
« È stato costretto! Altrimenti lo mandavano in Germania ».

« Poteva andare a fare il partigiano » rispondevano.
Il fratello di Gino non aveva avuto il coraggio di andare in montagna ed ora gli avevano messo gli stivali. E la camicia nera. Portava il mitra al fianco ed era giovane: un ragazzo.
Un giorno una squadra andò con un camion fuori del paese. I partigiani li attaccarono. Il fratello di Gino morì tentando di scappare.
Ci dispiacque. Gli stava bene, ma ci dispiacque. Per Gino e per lui. Era giovane.
Nella nostra strada eravamo tutti della stessa idea. Era il clima. Il padre di Walter teneva in casa due inglesi. Se gli stivali avessero saputo, li avrebbero ammazzati tutti come porci. Noi lo sapevamo. Lo sapevano tutti i ragazzi. Ma non quelli degli stivali. E nemmeno Mario ed Ettore, i figli del fascista. Erano delle spie, pensavo, ma forse sbagliavo. In ogni caso facevamo spesso a botte perché dicevano che i partigiani erano traditori.
« I traditori siete voi! » urlavamo convinti.
Ma non era vero. Non erano loro, Mario ed Ettore, i traditori.
Comunque per le altre questioni eravamo amici: avevano una fame terribile anche loro. Tutti avevamo fame. A casa si mangiava pochissimo ed allora ci arrangiavamo a spese dei contadini. Partivamo tutti alla mattina, d’estate, e ci divertivamo fino a sera, quando tornavano i genitori. Andavamo a nuotare e mangiavamo frutta. Portavamo a casa zucche e fagioli. Le zucche le mangiavamo tutti in compagnia, seduti su un prato vicino al forno, dove si portavano ad arrostire. Era la nostra cena. Avevamo sempre fame…
I bombardamenti da noi non furono molti, dapprima, ed anzi ci pareva di essere un po’ trascurati in confronto alle città vicine. Noi piccoli, in fondo, avremmo avuto piacere che venisse qualche aereo, solo per noi. E vennero gli aerei. Ogni mattina alle dieci venivano e lanciavano due bombe per uno sul ponte della ferrovia. Che non riuscivano mai a centrare. Ogni giorno. E ci abituammo anche a loro. Anzi, ci servirono: colpirono alla stazione un treno carico di mele. Ce n’era una quantità enorme. Fu Cochi ad avvertirci. Stavamo giocando alla fucilazione: ci mettevamo a ridosso di un muro: due di noi si piazzavano con la mitragliatrice e «ta-ta-ta» ci fucilavano tutti. Giocavamo a chi moriva meglio, con più arte. Cochi arrivò gridando:
« Ragazzi, c’è un treno di pomi. È rotto. Ci vanno tutti! ».
Partimmo di volata. Sentivamo già l’odore delle mele. Alla stazione trovammo un camion di uomini neri con i mitra: non si poteva passare. Aggirammo la posizione: lungo la ferrovia scorreva un fossato pieno d’erbe. La gente rispettabile non passava di lì: non lo guardavano. Passammo e raggiungemmo il treno mentre cominciava ad ululare la sirena d’allarme. Gli stivali fuggirono. Noi non ci accorgemmo di niente se non quando sentimmo le raffiche di mitragliera e rombo assordante di caccia bombardieri sopra la nostra testa. Scappammo, senza però abbandonare le mele che c’eravamo ficcate in seno. Erano buone. Corremmo sulla strada mentre la mitragliera picchiettava sopra di noi: pareva un inferno. Riuscimmo a raggiungere un trattoria a venti metri dalla stazione. Giorgio ed io eravamo in testa ed arrivammo per primi sulla porta. Era chiusa a chiave. Ci mettemmo a battere come pazzi e poi cominciammo a spingere finché la porta non s’aprì di schianto ed entrammo a valanga nel locale mentre rintronava assordante un colpo di pistola. Un tedesco impazzito dalla paura, probabilmente credendoci partigiani, aveva sparato. Bastava qualche centimetro più in giù e mi forava il cranio.
Lo zio di Walter era partigiano. Lo tennero un po’ a casa loro perché era stato ferito. Lo andavamo a trovare ogni sera perché ci narrasse avventure di guerra:
« È vero che sei stato in Jugoslavia? ».
Sorrideva fra la barbaccia nera:
« Ma non ve l’ho già raccontata la storia della Jugoslavia? ».
« Raccontacela ancora. A noi piace lo stesso ».
E ci sedevamo per terra attorno al letto. Ed allora diceva della Jugoslavia, e di come vivevano in caserma, e che gli toccava di ammazzare per niente, e che aveva un grande desiderio di tornare a casa a vedere i suoi bambini. E tante cose, e tutte nuove: perché ogni volta i ricordi divenivano meno oscuri ed appariva tutto il passato. Quando aveva finito gli volevamo molto bene. Cosa che faceva ingelosire Walter, che perciò gli rivolgeva sempre le domande facendoci così pesare la sua superiorità di nipote diretto del nostro eroe.
« Zio, ci canti quella canzone di ieri sera? ».
Sorrideva e cominciava a cantare con voce di basso, da forte contadino:
« Fischia il vento, urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar / per conquistar la nostra primavera… ».
E così la imparammo. E la sera quando ci sedevamo sul prato a mangiare le zucche, la cantavamo. E così la impararono anche i fornai e le donne che ritiravano i panini dalla finestra.
Il giorno della fiera venne qualche giostra. Da tre giorni non venivano aerei e perciò la gente si arrischiò ad uscire di casa.
In piazza c’era tanta gente e fu questo che convinse lo zio Toni ad andare a trovare i suoi bambini prima di tornare tra i partigiani. Lo seguimmo a distanza fino in piazza. Poi le giostre ci attirarono e, augurandogli in cuore buona fortuna, lo perdemmo di vista.
Un bottegaio che l’aveva visto avvertì gli stivali. Con un camion andarono a casa sua e lo aspettarono. Cominciava ad annottare. Per non farsi vedere aveva seguito viottoli di campagna. Vide la porta e le finestre aperte, illuminate, Piero e Gianni, i suoi piccoli, corsero fuori ridendo. Da dentro li chiamò la madre. Eran due anni che non li vedeva: corse avanti.
Gli si pararono subito contro intimandogli l’alt. Si voltò di scatto e corse a
furono sopra e gli esplosero un caricatore di mitra sul cranio. Poi lo legarono dietro al camion avviandosi verso il paese che attraversarono a passo d’uomo.
Il primo che se ne accorse fu Walter che ci avvertì gridando e piangendo. Ci mettemmo dietro al camion. Piangevamo tutti. Era un bell’uomo forte. Gli volevamo bene. Dietro a noi s’era formato un corteo. Senza sapere come, si levò tra noi il canto:
« Fischia il vento e urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar… ».
Gli stivali, che fino a quel momento erano stati muti, sorpresi dal dolore provocato, si scossero. Il nostro canto provocò quella loro strana paura che aveva bisogno di altri morti per sparire. Spararono come matti per aria, ed accelerando portarono l’inutile cadavere in Caserma.
Mamma non volle che Bruno ed io restassimo a casa. Mamma seguiva la guerra: aveva comperato una carta geografica ed ascoltava la radio dell’Italia Liberata.
Sapeva che era troppo pericoloso per noi. Restarono lei e Luciano. Che doveva studiare «perché occorrono uomini che sappiano dirigere». Andammo a Venezia. Dalla nonna trovai tutti i cugini, ma rimpiangevo gli amici. E poi si pativa la fame, che rimaneva, nonostante l’esperienza, l’unica cosa alla quale non mi riusciva di abituarmi.
Si mangiava bene solo al sabato, quando mamma veniva con la valigia di “viveri”.
Un sabato venne e ci disse che restava lì perché c’era la Liberazione. Disse che avevano fermato la filovia a Mestre e che i tedeschi ed i fascisti erano terribilmente impauriti e gridavano senza ragione: una confusione da vigilia.
La mattina dopo fummo svegliati dallo scoppiare di una bomba in canale. Ci affacciammo alle finestre e vedemmo in campo S. Polo uomini con la bandiera tricolore e il mitra. Sparavano sui tetti delle case dove s’erano rifugiati gli ultimi stivali. La sparatoria durò tutto il giorno.
Eravamo pazzi di gioia: la pace, finalmente.
Il giorno seguente si poteva uscire e lo zio ci condusse al Piazzale Roma a vedere i partigiani che arrivavano. Tutta Venezia era in festa.
Tutti si abbracciavano e ridevano e piangevano.
Non dimenticherò mai quel giorno. Avevo nove anni.
Riccardo Fedel, Comandante Libero, Liberazione, Venezia, Giorgio Fedel, Gli Stivali raccontoPoi tutto si calmò. Io ero ritornato a casa ed ero felice ed anche un po’ triste: gli stivali non vennero più a chiedermi:
« Dov’è tuo padre ».
Del resto sarebbe stato inutile: mio padre non tornò più.

Racconto pubblicato (quale vincitore del Primo premio per la Prosa) su «Riccati ’48. Periodico culturale studentesco», IX, n. 3 del 23 maggio 1956, p. 4, rivista dell’allora molto attiva Associazione Allievi dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Jacopo Riccati” di Treviso. Copia originale del numero della rivista è depositata nell’Archivio della Fondazione Comandante Libero di Milano.