Recensito dall’ANPPIA l’ultimo saggio di Giorgio Fedel

Un libro sulla Resistenza fornisce una nuova lettura di alcuni oscuri episodi
IL COMANDANTE LIBERO E I MISTERI SULLA SUA MORTE

di Jean Mornero

Recensione ultimo saggio Giorgio Fedel pubblicata su L'Antifascista, mensile dell'ANPPIA

Recensione ultimo saggio Giorgio Fedel pubblicata su L’Antifascista, mensile dell’ANPPIA

Edito dalla Fondazione Riccardo Fedel, ha visto la
luce un altro libro (l’ennesimo potremmo dire, ma
non è così) sulla Resistenza, incentrato in particolare
sulla figura di un partigiano che ha fatto discutere, il
comandante Libero. Questa nuova testimonianza, dal titolo
“La prima Resistenza armata in Italia” si basa su documenti
britannici e tedeschi che aiutano a illuminare alcuni lati
oscuri della lotta di Resistenza in Italia.

copertina la prima resistenza armata in italia

Nella prefazione, Antonio Varsori, docente universitario,
scrive: “Per molti anni il dottor Giorgio Fedel si è prodigato
con ammirevole e costante impegno nell’obiettivo di
studiare la figura e l’azione del padre, Riccardo Fedel, noto
come il “comandante Libero”, il quale si pose alla guida tra
il ’43 e il ’44 di una delle prime e più attive formazioni partigiane
“garibaldine” operanti nell’Appennino romagnolo al
confine con la Toscana, le Marche e l’Umbria. Il comandante
Libero veniva ucciso nel ’44 in maniera drammatica
quanto oscura quale conseguenza di aspre divergenze di
natura prevalentemente personale fra esponenti dell’allora
Partito comunista”.
In altre parole l’autore, nella sua ricerca, non si è limitato
a riabilitare il ruolo del padre sulla Resistenza, ma grazie
alle fonti archivistiche di cui è venuto in possesso, ha
cercato di ricostruire anche le vicende del gruppo guidato
dal comandante Libero.
Non è questo il primo caso di vendette personali all’interno
dei gruppi che hanno combattuto la Resistenza in
Italia. Rivalità, risentimenti, odi sono esistiti anche tra
coloro che stavano dalla stessa parte e momentaneamente
alleati contro un comune nemico, il nazifascismo. Ma
certo la vicenda del comandante Libero, anche per il lungo
silenzio che l’ha circondata, rimane un episodio su cui
occorrerebbe un supplemento di indagini.
Per questo, suo figlio Giorgio Fedel, nel suo libro, ha
voluto ricordare che “nella sua formazione a un certo punto
si trovarono aggregati ai suoi partigiani alcuni alti ufficiali
britannici, i generali Neame e O’Connor e i colonnelli
Combe e Todhunter, fuggiti dai campi di prigionia dopo l’8
settembre 1943 e quindi finiti tra gli uomini di Libero. Rientrati
in Gran Bretagna nella tarda primavera del ’44 questi
ufficiali avevano fornito ai loro superiori e allo stesso
Primo Ministro Winston Churchill importanti ed entusiastici
rapporti circa l’azione della Resistenza in questa area,
in particolare del gruppo di “Libero”, sottolineando come
queste formazioni partigiane avrebbero potuto svolgere
un ruolo fondamentale nelle operazioni anglo-americane
contro i tedeschi, accelerando la positiva conclusione della
campagna d’Italia”. Esagerazioni, notizie mirate a gettare
una nuova luce sulla figura di Riccardo Fedel? Tutto è
possibile, ma va detto che il libro di suo figlio Giorgio non
si limita a raccontare una Resistenza pro domo sua perché
è arricchita da documenti e testimonianze che appaiono
inoppugnabili. In una nota è lo stesso Giorgio Fedel, prima
della sua scomparsa, a ricordare che questa sua battaglia
non era mossa solo da ragioni familiari e affettive, ma
anche da motivazioni scientifiche e politiche. Il libro, come
sottolinea il professor Varsori, “offre un’importante visione
di uno dei momenti più significativi della storia d’Italia
nella seconda guerra mondiale”.
Giorgio Fedel, dopo aver posto l’indice contro i troppi
buchi della storiografia, pubblica un interessante diario del
comandante Libero, ricostruito meticolosamente e quindi
molto vicino al testo originale. Ė un “diario di viaggio” che
merita di essere letto e che arricchisce il lavoro di Giorgio
Fedel. Racconta con puntiglio cronistico e uno stile gradevole
e scorrevole le sue peripezie nei tre anni di confino
patiti. Il comandante Libero fu condannato a tre anni di
confino il 22 novembre del 1926 con destinazione prima
alla colonia di Pantelleria e poi a quella di Ustica. In chiusura
del suo lungo calvario, il comandante Libero annota:
“Avrò fatto, oltre al confino, 112 ore di viaggio e di manette
delle quali 54 di mare e 1662 ore di carcere, cioè, in totale
1774 ore di privazione completa di libertà prima di arrivare
a usufruire di questa privazione parziale, pur essa dolorosa,
alla quale ho diritto grazie alla premura della Commissione
provinciale di Venezia”.
Agli antifascisti, in quegli anni bui, capitava questo e
anche di peggio. (j.m.)

tratto da:
«L’Antifascista. Mensile dell’ANPPIA Associazione Nazionale Perseguitati Politici Antifascisti Italiani», anno LXI, n. 9-10, Settembre-Ottobre 2014, p. 23

Convegno a Camaldoli sulla Resistenza in Romagna

ICamaldoli 15 novembre 2014:  giornata di studio per il 70° della liberazionel prossimo 15 novembre si terrà a Camaldoli, in occasione del 70° anniversario della liberazione di quelle parti d’Italia, una giornata studio sulla guerra in Appennino e la Resistenza sulla linea gotica. La Fondazione Comandante Libero è tra i patrocinatori. La relazione introduttiva del prof. Marcello Flores (direttore scientifico dell’INSMLI) avrà come oggetto: Dalla Resistenza alle Resistenze: per una visione più matura della
guerra di liberazione.

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Appello all’ANPI del presidente del Centro Studi Ettore Luccini di Padova

La morte di Giorgio Fedel è una notizia tristissima, solo compensata dal ricordo della passione con la quale ha cercato la verità sulla morte del padre (Riccardo Fedel, il Comandante Libero). Una ricerca mai faziosa, animata certo dal desiderio di onorare la memoria del padre, ma tuttavia perseguito con estremo rigore storico-filologico. La sua fatica non andrà persa. I documenti che egli ha scovato nella sua certosina indagine impongono agli studiosi, ma anche all’ANPI nazionale, di dare una risposta ai molti, troppi interrogativi che l’esecuzione del Comandante Libero – proprio grazie all’ostinazione di Giorgio Fedel – pone.

La storia è cosa troppo seria perché essa si fermi a oggi incomprensibili motivi di prudenza “politica”. Onestà intellettuale impone di cercare la verità. L’ANPI, gloriosa Associazione dei partigiani italiani, non si sottragga a tale dovere primario: accertare la verità al di là di una vulgata ufficiale che i documenti che Giorgio Fedel ha rinvenuto mette in discussione.

Il Centro Studi Ettore Luccini, di cui sono Presidente pro tempore, si impegna a farsi promotore di un dibattito storiografico che, carte alla mano, favorevoli o contrarie alle tesi di Fedel, faccia una volta per tutte chiarezza. Lo dobbiamo alla generosa battaglia di Giorgio Fedel, ma lo dobbiamo anche al patrimonio morale dell’ANPI.

E perciò rivolgo un appello a quella importante Associazione: non si faccia schermo di verità conclamate, che tali potrebbero non essere di fronte ai documenti ritrovati. La verità, qualsiasi essa sia alla fine accertata, non deve fare paura a nessuno.

GIORGIO ROVERATO (Presidente pro tempore del Centro Studi Ettore Luccini)

Padova, 13 luglio 2014

E’ morto Giorgio Fedel, il figlio del Comandante Libero autore di importanti ricerche e pubblicazioni sulla prima Resistenza in Romagna

Venerdì 11 luglio 2014, è morto a Treviso Giorgio Fedel, il figlio secondogenito di Libero, negli ultimi 12 anni impegnato fortemente nell’opera di ricostruzione storiografica della prima Resistenza in Romagna (http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2014/07/12/news/addio-giorgio-fedel-era-commercialista-e-migliorista-1.9587263). 

Si è spento dopo una breve quanto inesorabile malattia, appena due giorni dopo aver approvato le bozze di stampa del suo ultimo libro: “La primaResistenza armata in Italia”, che uscirà a giorni, per i tipi della Fondazione Comandante Libero, con prefazione del prof. Antonio Varsori. 


Vogliamo qui ricordare Giorgio, fondatore e primo presidente della Fondazione Comandante Libero, con una foto scattata a Strabatenza (sede del comando partigiano di Libero) l’8 settembre dell’anno scorso e con queste parole di commiato degli “amici romagnoli” 

Giorgio Fedel, Riccardo Fedel, Comandante Libero, 8 settembre, Strabatenza, Brigata pargiana romagnola

 Giorgio Fedel, figlio del Comandante Libero (Riccardo Fedel) a Strabatenza, sede del comando della Brigata Garibaldi Romagnola, in occasione delle celebrazioni del 70° dell’8 settembre (nel 2013).

 


LA MEMORIA DI GIORGIO: UN’EREDITA’ DA PRESERVARE

Giorgio Fedel ci ha lasciato… per sempre. L’abbiamo conosciuto qui in Romagna nel corso degli anni, chi prima e chi dopo, lui veneto impegnato nella ricerca su di una storia che ha conservato sino a ieri molti misteri: quella della Resistenza armata nel nostro territorio, giusto settant’anni fa. Misteri che sono stati svelati di recente e definitivamente dal ritrovamento di documenti per i quali lui si era tanto impegnato, che ci raccontano della rimozione di suo padre Riccardo (Libero) dal comando di quella brigata partigiana che egli aveva organizzato e comandato nelle nostre montagne dallo scorcio del 1943 ai primi mesi del 1944; sino alla vigilia del grande rastrellamento nazifascista dell’aprile che aveva portato strage nelle fila della brigata stessa e fra le popolazioni civili e distruzione nei borghi del nostro Appennino: oltre 400 furono i morti. Le nuove carte, grazie alla caparbietà e alla professionalità di Giorgio, ci documentano anche le false accuse inventate dalla fazione settaria del movimento partigiano per giustificare la fucilazione di Libero e la dannazione della sua memoria, sino ai nostri giorni. Giorgio ha studiato e scritto molto su quelle vicende, dandoci un prezioso contributo di conoscenza. Abbiamo assentito ed anche dissentito da alcune sue deduzioni, in quel rapporto di rispetto e anche di amicizia che è naturale fra chi fa ricerca: un confronto verso la verità. Fra le sue idee e le nostre, quel confronto continuerà nell’impegno per l’affermazione dei valori democratici che ispirarono in quel tempo la lotta per la nuova Italia. Addio Giorgio, che la terra ti sia lieve.

gli amici romagnoli (Oscar Bandini, Ennio Bonali, Luciano Foglietta):

 

Perché serve un’edizione filologica di un documento resistenziale. Di prossima uscita la “Edizione critica del Rapporto Tabarri”

di NICOLA FEDEL e RITA PICCOLIImmagine

Nel 1966, in Storia dell’Italia partigiana, Giorgio Bocca afferma che in Emilia-Romagna la Resistenza armata è nata con «notevole ritardo» rispetto al resto del Paese:

 Il sonno dell’Emilia[-Romagna] è durato quasi otto mesi né serve, dopo, riempirlo con le statistiche manipolate […]. Il lungo indugio dell’anti-fascismo militante ha dato risalto alle azioni del neofascismo ed è av-venuto qualcosa di preoccupante, di inspiegabile: è stata l’Emilia[-Romagna] a dare il maggior numero di giovani alla prima leva di Salò[…]. Smarrimento? Casualità? Errori?[1]

Per cercare di spiegare quel che egli definisce «uno dei misteri della Resistenza»[2], Bocca propone svariate ipotesi: dalla «mancanza delle relazioni “alpine”, militari», alla assenza della «mediazione del clero»; dalla «particolare situazione del ceto operaio, la sua debolezza», alla «frattura fra la borghesia cittadina e il proletariato campagnolo»; nel contempo rigettando «la scusa del terreno inadatto […] quant’altre mai infondata»[3].

Tra gli altri[4], alla sua provocazione rispondono, nel 1969, con un saggio titolatoResistenza in Romagna[5], due ex partigiani comunisti forlivesi: Sergio Flamigni[6] e Luciano Marzocchi[7].Nel loro volume, la responsabilità di quel «sonno» viene attribuita all’attesismo dell’allora influente formazione politica romagnola dell’Unione dei Lavoratori Italiani (ULI)[8] e alla discutibile condotta del primo coman­dante delle formazioni partigiane di montagna, Libero (nome di battaglia di Riccardo Fedel), per concludere che

un autentico popolo di resistenti non può esser ulteriormente ignorato dal mondo ufficiale. I gonfaloni che rappresentano i comuni e la provincia [di Forlì] non demeritano l’oro e l’alloro che si concedono agli eroi.[9]

Flamigni e Marzocchi fondano gran parte della loro ricostruzione e dei loro giudizi su un documento così citato:

Ilario Tabarri, Relazione sull’attività militare dall’8 settembre 1943 al 15 maggio 1944.[10]

Nessuna indicazione utile per reperire o consultare il documento o stabilirne la datazione è fornita dagli autori che, anzi, omettono di precisare la collocazione archivistica e i riferimenti bibliografici di quasi tutte le fonti utilizzate nell’opera, diventandone così, di fatto e per diversi anni, gli unici depositari e interpreti, contrariamente a quanto prevede una delle basilari regole del metodo storiografico[11]. La sola informazione disponibile per chi avesse voluto vagliare la «Relazione Tabarri» restava l’identità dell’autore:

Tabarri Ilario, n. il 3-4-1917 […]. Ha preso parte alla Guerra di libera­zione nelle file dell’8ª Brigata “Romagna” che comandò [col nome di battaglia di Pietro Mauri].[12]

Nonostante questa oggettiva debolezza scientifica, Resistenza in Romagna diventa uno dei pilastri bibliografici sull’argomento[13], mentre la «Relazione Tabarri» non viene indicata come fonte diretta da nessun altro autore successivo, almeno fino al 1977.

È del gennaio del ’77, infatti, la pubblicazione di un intervento di Luciano Bergonzini[14] nel quale ci viene fatto sapere che la «Relazione sull’attività militare dall’8 settembre 1943 al 15 maggio 1944, di Ilario Tabarri, [è] conservata nell’archivio dell’ANPI di Forlì»[15].

È questa la prima, seppur vaga, indicazione sulla collocazione archivistica della «Relazione», della quale continuano ad essere ignote forma (dattiloscritto, manoscritto, stampato, ecc.), lunghezza, data di redazione e gran parte del contenuto.D’altronde, sembra che il documento non fosse accessibile a chiun­que, come risulta da una lettera del 1975 indirizzata a Sergio Flamigni da Lu­ciano Marzocchi, nella quale si legge:

Mi è tornato a scrivere il compagno Fedel. Una lettera cordiale nella quale esprime il desiderio di “continuare la sua ricerca”. Io avevo pensato di inviargli una parte del “rapporto Tabarri”, ma dopo averlo riletto mi sono convinto che non è possibile poiché spazia in campi che non ri­guardano solo la “questione Libero”. Al massimo (poiché pensa a fare una visita in Romagna) si potrebbe fargli leggere il documento, ma anche questo potrebbe essere cosa pericolosa.[16] 

Nel marzo del 1979, una svolta: nel primo volume de Le Brigate Garibaldi nella Resistenza[17], pubblicato da Feltrinelli, appare un «“Rapporto generale” del comandante dell’8ª brigata Garibaldi Romagna, Pietro Mauri, sull’attività militare in Romagna fino al 15 maggio 1944»[18]. I curatori datano il documento al giugno del 1944 e ne forniscono gli estremi di collocazione archivistica: Fondazione Istituto Gramsci di Roma, Archivio storico della Resistenza, Fondo Brigate Garibaldi, Sezione IV, 1, 4, 02345-379[19]. Il contenuto non viene però riprodotto integralmente: la terza e quarta parte sono totalmente espunte così come altri brani, per un totale di venti pagine omesse su trentatré. Queste “elisioni” sono tuttavia segnalate e riassunte in nota[20].

Il dattiloscritto era pervenuto al Gramsci nel 1959 con il versamento di alcune migliaia di altri documenti sulle Brigate Garibaldi da parte dell’archivio della direzione del Partito comunista italiano.[21]

Sempre nel 1979, a dicembre, in un loro breve saggio[22], Vladimiro Flamigni (figlio di Sergio)[23], Luciano Marzocchi e Walter Zanotti[24] indicano, però, un differente luogo di conservazione per il documento: «l’Archivio della federazione forlivese del PCI», precisando che si tratta di un «dattilo­scritto [del] 1944»[25].

Questa indicazione desta particolare curiosità e per la fonte da cui proviene (sicuramente informata sulla precisa collocazione del documento), e per l’epoca in cui appare, in quanto non colloca il documento nel “Fondo Ottava Brigata Garibaldi”, pur citato nel saggio[26]. Infatti, risale a un anno prima, al 1978, l’acquisizione di questo Fondo da parte dell’Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì[27] che, dopo averlo riordinato, nel maggio del 1981 pubblica 

oltre al catalogo dell’Archivio dell’Ottava Brigata […], una “antologia” di documenti del Comando della stessa brigata ritenuti utili al fine di com­prendere il significato e il valore rappresentato dall’intero Archivio.[28]

È presidente dell’Istituto, a quell’epoca, proprio Luciano Marzocchi il quale, nelle prime righe della prefazione alla pubblicazione, evidenzia che:

Il catalogo d’archivio dell’8.a brigata Garibaldi Romagna è divenuto una realtà in primo luogo perché l’ex-comandante di questa formazione, Ilario Tabarri (Pietro), raccolse e conservò i documenti censiti nel catalogo stesso. Non solo. Utilizzando il non molto tempo che gli restava dopo la sua intensa attività politica in Italia e all’estero, si dedicò con ca­pacità e scrupolo alla loro ordinazione che, sostanzialmente, è rispec­chiata da quella attuale. Purtroppo il catalogo vede la luce [undici] anni dopo la scomparsa di Tabarri, al quale l’Istituto storico dedica a pieno titolo l’intera opera.[29]

Aggiungendo, poco oltre, di non potersi esimere

dall’attirare l’attenzione sulla cosiddetta “Relazione Pietro”. Si tratta di un documento di 59 pagine, scritte immediatamente dopo il rastrellamento dell’aprile 1944, denso di considerazioni politiche, militari, critiche e autocritiche.[30]

Siamo di fronte, ancora una volta, al «“Rapporto generale” del co­mandante dell’8ª Brigata Romagna, Pietro Mauri, sull’attività militare in Ro­magna fino al 15 maggio 1944»[31] e alla sua quarta differente collocazione d’archivio[32].

Però, ci fa sapere il curatore dell’opera Dino Mengozzi[33], il docu­mento in questione:

è assai diverso da quello pubblicato [da Feltrinelli]. Sarebbe troppo lungo segnalare le varianti in quanto quel rapporto [come risulta da un documento] «[è stato] quasi tutto rifatto», prima di [essere inviato] al CLN […].[34]

Motivo per cui Mengozzi ritiene di essere di fronte alla

stesura originale del documento che si differenzia da quella ritoccata per una maggiore asprezza di toni e per una più accurata analisi delle insuffi­cienze politiche e organizzative […] delle forze partigiane.[35]

Questa ipotesi di stemma, secondo cui il dattiloscritto di 59 cartelle conservato all’Istituto Storico di Forlì sarebbe l’antigrafo del dattiloscritto di 33 cartelle conservato al Gramsci di Roma, viene senza acribia accettata da tutti gli autori successivi come un assunto da cui partire anziché come una teoria da verificare[36].

Nell’immediato, sono comunque le “maggiori asprezze” (e non i problemi filologici) a scatenare le critiche da parte di molti ex partigiani e a generare, di conseguenza, una presa di posizione ufficiale da parte del Co­mitato Provinciale di Forlì dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) diffusa con una nota pubblicata sul proprio organo di informazione, «Cronache della Resistenza», alla fine di quello stesso 1981.

In tale nota, il direttivo dell’ANPI di Forlì annuncia di voler affron­tare la «definizione delle opportune precisazioni» di merito sul “Rapporto Tabarri” in una sede «idonea a rettificare anche alcune improprietà non mar­ginali rilevate», e si interroga polemicamente su quale sia stato, da parte dell’Istituto Storico, «il “criterio metodologico” […] assunto per selezionare il materiale documentale» pubblicato e sulle «motivazioni e le finalità» con cui alcuni «documenti disponibili sono stati esclusi» mentre «altri sono stati privilegiati», osservando che «il rapporto generale di Pietro Mauri (Ilario Ta­barri) domina e caratterizza il […] volume, impegnandone ben settanta pa­gine»[37].

A queste critiche, nel numero immediatamente successivo di «Cro­nache della Resistenza», replica Luciano Marzocchi sottolineando, a nome dell’Istituto, come la pubblicazione del “Rapporto Tabarri”

consent[a] finalmente – a studiosi e non – di conoscere e valutare un do­cumento […] la cui esistenza era nota, ma ignoto era rimasto il contenuto su cui, peraltro, spesso si “fantasticava”.[38]

In realtà, come abbiamo visto, ad essere ignoto o comunque del tutto incerto era lungamente rimasto il luogo (o i luoghi) di conservazione del documento che Marzocchi, proseguendo nella sua replica all’ANPI, de­finisce:

una fonte inesauribile di notizie [che] non può essere sottratt[a] ad even­tuali riflessioni e critiche, pur restando fondamentale per chiunque vorrà cimentarsi nella ricostruzione della Storia della Resistenza romagnola.[39]

Dello stesso parere non è l’ANPI, che controreplica a Marzocchi quasi punto per punto, con un duro articolo di Zorè Zecchini[40] che così si conclude:

non vedo come studiosi e altri potranno cimentarsi [nella] ricostruzione storica, quando tale rapporto mette in risalto storture e se volete anche mostruosità, e non corrisponde alla obiettiva realtà delle vicissitudini che ha vissuto l’8^ Brigata, dalla sua nascita alla data del rapporto che si pre­sume sia il 15/5/1944.[41]

Questa polemica, come numerose altre successive[42], non è altro che l’espressione della contrapposizione da sempre esistente in Romagna tra due differenti memorie della prima Resistenza armata[43]. Una che fa eco soprattutto alle narrazioni di Ilario Tabarri (Pietro) e Guglielmo Marconi (Paolo)[44] e che suffraga la “teoria del sonno”, sostenendo, in estrema sintesi, che «la “vera storia” della Resistenza» avrebbe avuto inizio «nel marzo ’44 […] con la defenestrazione di Libero»[45] e un’altra (di alcuni mesi più antica) che si distacca nettamente da queste e di cui sono portatori, oltre alle popolazioni rurali[46], partigiani quali Boris Lotti (Dinola)[47], Umberto Fusaroli Casadei[48], il già citato Zorè Zecchini ed altri[49], che invece ricordano una nascita precoce e possente della Resistenza armata in Romagna, seppur – forse – nell’ambito di una diversa impostazione politico-militare rispetto al periodo successivo.

Si tratta, a ben vedere, di un caso affatto particolare di «memoria divisa»[50] perché, pur essendo una contrapposizione tutta interna alla Resi­stenza (e quindi di stampo antifascista), non dipende da fattori politici o ideologici (è politicamente trasversale) e non riguarda un episodio circoscritto, ma un intero periodo (quello che va dall’ottobre del 1943 all’aprile del 1944) e un ampio territorio (gli Appennini tosco-romagnolo-marchigiani)[51].

Di questa «duplicità di memorie contrapposte»[52], non sempre certa storiografia è stata consapevole ovvero non sempre ne ha avvertito i lettori, e questo ha certamente influito sul suo generale grado di attendibilità[53].  Bisogna attendere il 1981, ad esempio, perché Dino Mengozzi, per primo, arrivi a teorizzare esplicitamente l’esistenza di due successive e distinte Resistenze.

D’altra parte, l’unica fonte documentale disponibile (o quasi) sul primo periodo della Resistenza, è il “Rapporto Tabarri”, trasmesso e “validato” dall’opera di Flamigni e Marzocchi. Questa circostanza ha finito così col far prevalere nella vulgata una delle due memorie.

Ma, paradossalmente, proprio grazie alla pubblicazione integrale del “Rapporto Tabarri”, il dibattito scientifico su questi temi riesce a fare dei passi avanti, dapprima con la cosiddetta “scuola urbinate” di Lorenzo Bedeschi e Dino Mengozzi e poi, via via, con altri autori[54], pur ostacolati da una oggettiva carenza di fonti coeve.

Infatti, il monopolio documentale del filone di memoria Tabarri-Marconi, appariva un ostacolo insuperabile:

I documenti [della Brigata Garibaldi Romagnola] riguardanti il periodo ottobre 1943-maggio 1944 vennero distrutti durante il drammatico ra­strellamento dell’aprile 1944 allo scopo di sottrarli alla affannosa ricerca dei nazisti e dei fascisti.[55]

Per diversi anni, e per ragioni che sarebbe interessante indagare, nessun tentativo di colmare questa lacuna attraverso l’esplorazione di altri archivi viene effettuato. Il che, alla lunga, alimenta una certa ripetitività nei commenti ed un certo grado di confusione, più o meno consapevole, tra storia e memoria.Finché, nell’aprile del 2009, ad un convegno appositamente orga­nizzato dall’Istituto Parri di Bologna (diretto da Luca Alessandrini)[56], la “Fondazione Comandante Libero” presenta i primi risultati delle ricerche condotte negli otto anni precedenti in alcuni degli archivi “inesplorati”: i documenti coevi reperiti negli archivi tedeschi e Alleati (citiamo, ad esempio, il Rapporto segreto dei generali di Brigata britannici Combe e Todhunter; alcuni rapporti segreti del Comando tedesco dell’Alpenvorland; il diario dell’ufficiale sovietico Sergej Sorokin, partigiano in Romagna)[57] offrono una narrazione dei fatti profondamente differente da quella tramandata soprattutto dal primo filone di memoria Tabarri-Marconi (ma non solo).

E infatti, nei mesi successivi il dibattito storiografico si rianima, come testimoniato dalla celebrazione di altri due convegni analoghi a quello citato e dall’uscita di alcune nuove pubblicazioni[58].

In questo quadro, ci è sembrato non si potessero fare ulteriori progressi senza prima procedere ad una più approfondita rilettura critica (e incrociata) di tutte le fonti coeve ad oggi conosciute, a partire proprio dalla «inesauribile» fonte Tabarri che, come detto, da un punto di vista materiale, ci è giunta in almeno due differenti versioni: entrambe dattiloscritte, entrambe prive di firma autografa ed entrambe senza data.

Questa molteplicità del Rapporto Tabarri ci ha suggerito, prima di effettuare qualunque altro tipo di analisi, di procedere ad un esame filologico dei “testimoni” esistenti per cercare di risalire, per quanto possibile, alla lezione originale del Rapporto, verificando scientificamente ciò che fino ad oggi, dal punto di vista della critica diplomatistica, è rimasto a livello di mero postulato.

Nelle pagine del saggio Edizione critica del Rapporto Tabarri di prossima pubblicazione, presenteremo i risultati di questa nostra indagine che, come il lettore scoprirà, si è via via tramutata nella ricerca di un manoscritto perduto (Leggi in anteprima il Saggio introduttivo ).

 

 

[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana: settembre 1943 – maggio 1945, Laterza, Bari, 1966, p. 372.

[2] Ivi, p. 212.

[3] Ivi, p. 373 e ss.

[4] Ad esempio, a più riprese: Luciano Casali, Adolfo Belletti,“Dai monti alle risaie (63a Brigata Garibaldi ‘Bolero’)”, «Il movimento di liberazione in Italia. Rassegna di storia contemporanea», XX (1968), 91, p. 135; Id., Il programma agrario del Pci durante la Resistenza, «Critica marxista. Rivista bimestrale», VIII (1970), 6, p. 168; Id.,Sovversivi e costruttori. Sul movimento operaio in Emilia-Romagna in Roberto Finzi (a cura di), Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi. Vol. 13. L’Emilia-Romagna, Einaudi, Torino, 1997, p. 525 e ss.

[5] Sergio Flamigni – Luciano Marzocchi, Resistenza in Romagna. Antifascismo, partigiani e popolo in provincia di Forlì, La Pietra, Milano, 1969.

[6] Figlio di un noto esponente del PCI forlivese (Augusto), Sergio Flamigni si iscrive al Partito comunista clandestino nel dicembre del 1941, appena sedicenne, iniziando da subito a svol­gere attività di propaganda antifascista (Centro Documentazione Archivio Flamigni, Oriolo Romano – CDAF, Fondo Sergio Flamigni, III, 2, b. 79, ua 2, Note autobiografiche di Sergio Flamigni, datt. 5 cc., s.d. ma 1951). Nel risvolto di copertina della prima edizione di Resistenza in Romagna viene così presentato: «sergio flamigni è nato a Forlì nel 1925. Ha preso parte alla Guerra di liberazione [a 19 anni], dapprima come organizzatore del Fronte della gioventù e poi come commissario politico della 29a Brigata G.A.P.. Segretario della Federazione comunista di Forlì dal 1956 al 1961, è stato eletto deputato alla Camera nel 1968». Successivamente, è confermato deputato per tre legislature, dal 1968 al 1979, ed è poi eletto senatore, sempre nelle fila del PCI, per altre due legislature fino al 1987. Da parlamentare, è membro delle commissioni d’inchiesta sulla mafia, sulla P2 e sul caso Moro, temi sui quali scrive diversi saggi. Nel 2005 fonda il Centro di Documentazione Archivio Flamigni Onlus, con sede a Oriolo Romano, in provincia di Viterbo. Cfr. <http://www.archi vioflamigni.org>; http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Flamigni&gt;; <http://www.senato.it/leg/09/ BGT/Schede/Attsen/00001001.htm> [visti il 10 aprile 2012].

[7] Figlio di piccoli possidenti agrari, Marzocchi studia in seminario fino alla IV ginnasio e dal 1937 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Ravenna dove, nel 1939, all’età di 18 anni, è in­dotto dal Direttore dell’epoca a iscriversi al Partito nazionale fascista. Da matricola alla facoltà di architettura di Firenze, nel febbraio del 1941 è chiamato sotto le armi, prestando servizio nel Genio militare a Banne di Trieste e poi a Roma, dove rimane fino all’8 settembre del 1943. Si avvicina al PCI dopo il suo rientro in Romagna, avendo nel frattempo maturato sentimenti antifascisti che lo fanno unire alla Resistenza nel febbraio del 1944 (CDAF, Fondo Sergio Flamigni, III, 2, b. 79, ua 2, Nota autobiografica di Luciano Marzocchi del 10 luglio 1951, datt. con firma autografa, 6 cc.). Nel risvolto di copertina della prima edizione di Resistenza in Romagna è così presentato: «luciano marzocchi è nato a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1921. Ha partecipato alla Guerra di liberazione [a 23 anni] come comandante del Servizio Informazioni dell’VIIIa Brigata Garibaldi “Romagna”. Nel dopoguerra ha svolto vari incarichi nelle organizzazioni del movimento democratico forlivese. È tra i dirigenti della Fe­derazione provinciale del P.C.I.». Successivamente, è consigliere provinciale di Forlì per il PCI dal 1970 al 1985 oltre che assessore (e vicepresidente della Giunta provinciale) dal 1970 al 1980. Membro del direttivo dell’Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì, ne diventa Presidente nel 1980, mantenendo la carica a lungo. Muore alla fine degli anni ’90.

[8]L’ULI (Unione dei Lavoratori Italiani) è un movimento politico unitario antifascista, pecu­liare delle province romagnole, sorto attorno ai primi anni ’40 e nel quale si riconoscevano «giellisti, repubblicani e liberalsocialisti, disseminati nella zona». Dal 1° maggio ’43 pubblica la testata clandestina «La voce del popolo». Dal giugno ’43 gli si affianca l’omologo movimento Popolo e Libertà (PL). Dal gennaio ’44, l’ULI si fonde con PL e si trasforma in Partito Italiano del Lavoro (PIL). Cfr. Dino Mengozzi, L’Unione dei lavoratori italiani e il Movimento «Popolo e libertà» in Romagna, in Ennio Bonali – Dino Mengozzi (a cura di), La Romagna e i generali inglesi (1943-1944). Gli Alleati salvati dai patrioti, nella storia dei luoghi e della prima Resistenza romagnola, FrancoAngeli, Milano, 1982, pp. 117-182.

[9] Sergio Flamigni – Luciano Marzocchi, op. cit., p. 249.

[10] Ivi, p. 126, in nota. Il titolo viene riportato con una diversa congiunzione («dell’» anziché «sull’») a p. 131. È spesso citata, in breve, anche come «Relazione Tabarri».

[11] «Citare i propri testimoni o, come qualche volta si dice, “citare le proprie fonti” […], è il primo dovere dello storico». Così Marc Bloch, Critique historique et critique du témoignage (1914) in Id., Histoire et historiens, Armand Colin, Paris, 1995, p. 9; trad. it., Critica storica e critica della testimonianza in Id., Storia e storici, Einaudi, Torino, 1997, p. 12.

[12] Sergio Flamigni – Luciano Marzocchi, op. cit., p. 264.

[13] Forse perché, come sostiene Bergonzini, «la pubblicistica della Resistenza emiliano-romagnola […] [era] generalmente ritenuta povera di contenuto, priva del necessario rigore critico e metodologico [e] di discutibile attendibilità» mentre, se non altro, «Flamigni e Marzocchi […] fanno riferimento […] a documenti, per lo più inediti […], riuniti in un’appendice di notevole interesse», anche se lo stesso Bergonzini rileva che «la mancanza di un sufficiente supporto organizzativo non ha […] consentito i necessari approfondimenti». Così Luciano Bergonzini,Introduzione in Id. (a cura di), La Resistenza in Emilia Romagna – Rassegna di saggi critico-storici, Il Mulino, Bologna, 1976, pp. 16 e 31.

[14] Bergonzini (1919-2000), ex partigiano, militante del PCI (consigliere provinciale a Bologna dal 1956 al 1964 e assessore dal 1960), professore ordinario di statistica ma forse più noto come storico della Resistenza, all’epoca è direttore della “Deputazione per l’Emilia e la Romagna per la storia del movimento della Resistenza e della guerra di Liberazione” (oggi Istituto Storico Parri Emilia-Romagna). Cfr. Luigi Arbizzani (a cura di), Cinquant’anni di vita democratica della Provincia di Bologna. Dalla Deputazione provinciale alla stagione metropolitana, Provincia di Bologna, Bologna, 2001, p. 83 e s.

[15] Luciano Bergonzini, Considerazioni su cause e problemi dell’apporto differenziale dei contadini alla Resistenza in Emilia Romagna in Istituto Storico della Resistenza Ravenna, Le campagne ravennati e la Resistenza. Mezzo secolo di rivendicazioni e lotte contadine. Atti del Convegno di Massa Lombarda del 10-12 dicembre 1976, a cura di Gianfranco Casadio – Luciano Casali, Edizioni del Girasole, Ravenna, 1977, p. 185.

[16] La lettera è conservata al Centro Documentazione Archivio Flamigni (CDAF), Fondo Sergio Flamigni, III, 1, b. 76, ua 4, fasc. «Resistenza. Fedel Riccardo (Libero)». Il documento è un manoscritto a firma «Luciano», senza data, di 1 f. L’attribuzione a Luciano Marzocchi è ricavata dalla calligrafia e dal riferimento alla corrispondenza col «compagno Fedel». Si tratta del maggiore dei figli di Libero, Luciano Fedel, all’epoca membro del PCI (Federazione di Treviso), il quale, negli anni ’70, intrattiene una prolungata corrispondenza con Marzocchi sulle vicende resistenziali del padre (la «questione Libero»).  La missiva del «compagno Fedel» a cui fa riferimento Marzocchi è del 18 gennaio 1975 (Archivio Famiglia Fedel – AFF, Sezione Luciano Fedel, Treviso – LF. In copia presso Archivio Fondazione Comandante Libero, Milano – AFCL, Fondo Luciano Fedel). La lettera di Marzocchi a Flamigni è quindi databile tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio dello stesso anno. La sottolineatura è nel testo.

[17] Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia – Istituto Gramsci, Le brigate Garibaldi nella Resistenza: Documenti. Volume primo. Agosto 1943 – Maggio 1944, a cura di Giampiero Carocci e Gaetano Grassi, Feltrinelli, Milano, 1979.

[18] Ivi, doc. n. 130, pp. 407-421. Il titolo è dei curatori, come da avvertenza generale a p. 9.

[19] Ivi, p. 419. Oggi il riferimento d’archivio è il seguente: Archivio Fondazione Istituto Gramsci, Roma (IG), Archivio Brigate Garibaldi (BG), IV, 1, 4, 02345-02379, dattiloscritto 33 cc., s.d., senza firma autografa ma dattilograf. in calce «F.to Pietro Mauri – Comandante dell’ 8.a Brigata “Garibaldi” Romagna».

[20] Ivi, p. 420 e s. alle note n. 2, 5 e 7. I curatori, a p. 9 della nota introduttiva, spiegano che «i documenti sono stati di norma pubblicati integralmente. Sono stati, in rari casi, omessi brani di irrilevante interesse, indicandone succintamente in nota il contenuto». Chi però non abbia a disposizione il documento per un confronto non può rendersi conto dell’ampiezza dei “tagli”: la nota 2 riassume 1 pagina (la n. 02350 della numerazione assegnata dal Gramsci); la nota 5 riassume 7 pagine (dalla n. 02353 alla n. 02359); la nota 7 riassume 12 pagine (dalla n. 02365 alla n. 02376). Vengono cioè pubblicate solo 13 pagine su 33 e, in termini di righe, vengono omesse oltre mille righe di un documento che ne conta, in tutto, poco più di milleseicento.

[21] Le carte vengono riordinate da Filippo Frassati (1920-1991, ex partigiano, medaglia d’argento al valor militare, iscritto al PCI dal ’52 e responsabile della biblioteca dell’Istituto Gramsci per molti anni) e sono numerate con un progressivo stampigliato sul margine superiore dei documenti. Cfr. Linda Giuva (a cura di), Guida agli archivi della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, Editori Riuniti, Roma, 1994, p. 14.

[22] Vladimiro Flamigni – Luciano Marzocchi – Walter Zanotti, Contadini e classe operaia nella Resistenza forlivese, «Annali dell’Istituto “Alcide Cervi”», n. 1/1979, pp. 251-273.

[23] Vladimiro Flamigni (detto Miro) è fin dall’apertura, e poi per decenni, il responsabile dell’archivio e della biblioteca dell’Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì (dal 1997 denominato “Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Pro­vincia di Forlì-Cesena” – istorecofc). Da alcuni anni è membro del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Istituto. Nel 2008 ha assunto la carica di vice-presidente, che ricopre tuttora. È autore e curatore di numerosi saggi sulla storia contemporanea della Romagna.[24] All’epoca, Direttore (il primo) dell’Istituto Storico di Forlì.

[25] Vladimiro Flamigni – Luciano Marzocchi – Walter Zanotti, op. cit., p. 263, nota 58. Il documento è citato col titolo di «Relazione sull’attività militare dall’8 settembre ‘43 al 15 maggio ‘44».[26] Ivi, p. 267, nota 76.[27] Costituito l’8 ottobre del 1971, diventa operativo solo nel 1977, cioè una volta terminato il restauro di “Casa Saffi”. In <http://www.istorecofc.it/istituto_storia.asp?pr1_tipo=istituto&gt; [visto il 10 aprile 2012] si trovano altre notizie circa la storia dell’Istituto.

[28] Luciano Marzocchi, Prefazione in Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì, L’8.a Brigata Garibaldi nella Resistenza, a cura di Dino Mengozzi, 2 voll., La Pietra, Milano, 1981, I, Documenti 1943-45, p. 13.

[29] Ibidem. Ilario Tabarri muore a Brescia il 27 aprile del 1970; cioè neanche sei mesi dopo la pubblicazione di Resistenza in Romagna e circa un anno prima della formale costituzione dell’Istituto Storico della Resistenza di Forlì.

[30] Ibidem.

[31] Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì, L’8.a Brigata Garibaldi cit., I, pp. 33-103. Il titolo è del curatore Dino Mengozzi, come da avvertenza a p. 24.

[32] Archivio Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea della Provincia di Forlì-Cesena (AISREC-FC), Fondo Ottava Brigata Garibaldi “Romagna” (Fondo Ottava Brigata), b. 3, fasc. 21, doc. [9-7, 1540], copia xerografica di dattiloscr., 59 cc., s.d., senza firma autografa ma dattilograf. in calce «pietro mauri».

[33] All’epoca, ricercatore ventinovenne; oggi professore di storia contemporanea all’Università di Urbino.

[34] Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì, L’8.a Brigata Garibaldi cit., I, p. 97. Il documento citato da Mengozzi, nel passo riportato, è una lettera dell’agosto del ’44 indirizzata a Tabarri

[35] Ibidem.

[36] Peraltro, c’è anche chi non comprende quanto profonde siano le differenze tra le due versioni: «Ci lascia un poco perplessi la pubblicazione della lunghissima, critica relazione di Ilario Tabarri sulle vicende dell’VIII brigata dall’8 settembre 1943 al 15 maggio 1944 […], dal momento che, sia pure in una versione rivista in modo da attenuarne i giudizi meno “diplo­matici”, essa era già stata pubblicata nel 1979 in Le brigate Garibaldi nella Resistenza». Così Luciano Casali, VIII Brigata Garibaldi nella Resistenza, «Studi Storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci», XXIII (1982), 3, p. 712 e s.

[37] Comitato Provinciale dell’Anpi di Forlì, Osservazioni sui volumi “la Ottava Brigata Romagna nella Resistenza”, «Cronache della Resistenza. Mensile dell’ANPI Comitato Provinciale di Forlì», XIV (1981), 8, 30 novembre 1981, p. 5. Le sottolineature sono nel testo. L’esistenza di questo articolo e delle successive repliche (cfr. infra le note 38 e 41) è stata scoperta e ci è stata segnalata da Sergio Lolletti. Una raccolta di «Cronache della Resistenza» è reperibile nella biblioteca dell’ANPI di Forlì.

[38] Luciano Marzocchi, ancora sui libri dell’Ottava Brigata, «Cronache della Resistenza. Men­sile dell’ANPI Comitato Provinciale di Forlì», XV (1982), 1, 29 gennaio 1982, p. 3. C’è da constatare che Marzocchi non è certamente tra coloro i quali “fantasticavano” sul contenuto del documento, essendo questo nella sua disponibilità, nel momento in cui scrive questa replica, da almeno dodici anni; cioè dall’anno di pubblicazione di Resistenza in Romagna.

[39] Luciano Marzocchi, Ancora sui libri dell’Ottava Brigata, cit.

[40] Classe 1924, ex partigiano (vicecommissario politico del 1° distaccamento della 29a GAP), all’epoca ai vertici dell’ANPI di Forlì.[41] Zorè Zecchini, Considerazioni sui libri dell’8ª brg., «Cronache della Resistenza. Mensile dell’ANPI Comitato Provinciale di Forlì», XV (1982), 2, 16 marzo 1982, p. 2. Addirittura, Zecchini ci tiene a precisare in un poscritto che «nel I° volume si citano i nominativi che l’Istituto Sto­rico e il curatore intendono ringraziare per l’assistenza data durante la realizzazione dell’opera e fra questi c’è anche il mio. In merito a questo, dichiaro che non ho mai prestato assistenza per la redazione dell’opera» (Ibidem). L’Anpi di Forlì, peraltro, in vent’anni farà in tempo a modificare radicalmente tale posizione critica nei confronti del Rapporto Tabarri, arrivando, nel 2001, a decretare l’espulsione dall’Associazione del noto ex comandante partigiano Umberto Fusaroli Casadei (cfr. <http://it.wikipedia.org/wiki/ Umberto_Fusaroli_Casadei> [visto il 22 aprile 2012]) per aver pubblicamente e «con insistenza» avanzato la richiesta di costituire un giurì d’onore per valutare la veridicità di quanto narrato nel «Rapporto generale». Nella lettera di notifica di espulsione, il Direttivo di Forlì sostiene quanto segue: «Egli [Tabarri] aveva conservato in un archivio personale tutta la documentazione dei suoi rapporti con i vari reparti della Brigata, le relazioni sulle operazioni militari, oltre a notizie e sue valutazioni, che possono o meno essere condivise, ma che comunque fanno parte della storia. Quando, dopo la morte del Tabarri, il materiale venne in possesso dell’ANPI, questo venne dato in deposito all’Istituto Storico della Resistenza della Provincia di Forlì. Solo allora venne considerata l’opportunità della sua pubblicazione. La cosa venne discussa tra l’Istituto Storico e l’ANPI e la decisione fu quella di pubblicarlo, come risulta anche dalla pagina “Ringraziamenti” del 1° volume e che per maggiore chiarezza e obiettività storica trascriviamo […]. Purtroppo delle persone citate solo cinque sono ancora viventi, ma considerando il ruolo di ognuno di loro nella Resistenza e nella Brigata, la loro personalità e prestigio, riteniamo che la loro decisione vada rispettata e non possa essere sottoposta ad alcuna commissione d’inchiesta» (AFCL, ua Umberto Fusaroli Casadei, Lettera dell’ANPI di Forlì a Umberto Fusaroli Casadei del 27 giugno 2001, dattiloscr. 2 cc., fotocopia dell’orig.).

[42] Per una rassegna di quelle che hanno avuto eco sulla stampa, si veda il § Articoli di Stampa in <http://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Fedel&gt; [visto il 30 luglio 2012].

[43] Cfr. Lorenzo Bedeschi, Introduzione in Guglielmo Marconi («Paolo»), Vita e ricordi sull’8.a brigata romagnola, a cura di Dino Mengozzi, Maggioli, Rimini, 1985, pp. 11-18; Walter Zani, Storia dell’VIIIa brigata Garibaldi “Romagna”. Dall’8 settembre allo scioglimento della formazione, Tesi di Laurea, Rel. Mirco Dondi, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna, a.a. 2007-2008, p. 36 e ss.; p. 158 e ss.

[44] Cfr. Paolo Zaghini, Nota biografica in Guglielmo Marconi («Paolo»), op. cit., pp. 19-49; <http://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Marconi_(partigiano)&gt; [visto il 10 aprile 2012].[45] Cfr. Lorenzo Bedeschi, Introduzione cit., p. 13: «Marconi […] con un apriorismo chiaramente partitico colloca nel suo diario l’inizio della “vera storia” della resistenza – almeno santasofiese – nel marzo ’44 […] con la defenestrazione di Libero e l’assunzione del comando da parte di Tabarri. In tal modo le sue pagine ignorano tutto quanto s’era compiuto in vari modi nei cinque mesi precedenti dai partigiani operanti in queste colline appenniniche».[46] Come emerge, per esempio, dalla ricerca effettuata negli anni ’70 da Ennio Bonali e Sergio Lolletti, i cui risultati furono solo in parte pubblicati nel volume: Ennio Bonali – Roberto Branchetti – Vladimiro Flamigni – Sergio Lolletti, Tavolicci e l’area dei Tre Vescovi. Una comunità pietrificata dalla guerra, Il Ponte Vecchio, Cesena, 1994.[47] Cfr. Luciano Foglietta – Boris Lotti, Tra “Bande” e “Bandi”, Guerra sulla “Linea Gotica”, Cooperativa Culturale Reduci Combattenti e Partigiani di Santa Sofia, Forlì, 1995.[48] Cfr. supra nota 41.[49] Cfr. Giorgio Fedel, Storia di Libero. Libero Riccardi (Riccardo Fedel) fondatore e primo Coman­dante della Brigata Partigiana Romagnola ‘Giuseppe Garibaldi’ ucciso nella tarda primavera del 1944 da partigiani, Tesi di Laurea, Rel. Santo Peli, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Padova, a.a. 2007-2008, 2 voll. Il primo volume è stato così pubblicato: Giorgio Fedel, Storia di Riccardo F. (1906-1944). Vita, uccisione e damnatio memoriae del partigiano fondatore della Brigata Garibaldi Romagnola, Fondazione Comandante Libero, Milano, 2013.[50] Espressione usata la prima volta da Giovanni Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano, 1997 (isbn 9788817330275).[51] Il fenomeno della «memoria divisa» si può manifestare: (1) «dentro la Resistenza»; (2) «fuori dalla Resistenza» o (3) «contro la Resistenza» (per mutuare una classificazione utilizzata in Claudio Pavone, La contesa intorno alla memoria – The Dispute about Memory in Arteinmemoria2, catalogo II edizione mostra biennale internazionale di arte contemporanea nella Sinagoga di Ostia Antica, a cura di Adachiara Zevi, Sinagoga di Ostia Antica – Incontri Internazionali d’Arte, Roma, 2006, pp. 13-18, rep. in <http://www.arteinmemoria.com/cataloghi.htm&gt; [visto il 4 aprile 2012]). Nel primo caso, non sono mai in discussione il valore e l’importanza della Resistenza o la condanna del fascismo, ma aspetti, per così dire, “di dettaglio”, considerati però rilevanti sul piano politico-ideologico (si pensi alla “rivalità” tra partigiani azionisti e comunisti; o alla valutazione del contributo cattolico alla Resistenza da parte degli storici marxisti o ancora al dibattito sul concetto di “guerra civile”). Solo raramente queste “divisioni” riguardano singoli avvenimenti o fenomeni (ad es. l’eccidio di Porzûs o la vicenda del comandante Facio; le Foibe o gli atti di violenza post-Liberazione), come invece accade nel secondo caso, in cui la contrapposizione è sempre relativa a precisi episodi nei quali, tipicamente, i civili sono stati vittime di rappresaglie nazifasciste ad azioni partigiane. Nel terzo caso, le ragioni della divisione sono prettamente ideologiche e la contrapposizione radicale.[52] L’espressione è sempre di Claudio Pavone, La contesa intorno alla memoria, cit., p. 17.[53] Sarebbe peraltro estremamente utile ed interessante studiare le origini di tale “frattura” che, a prima vista, sembra dividere i partigiani saliti in montagna prima dell’aprile del ’44 da quelli saliti dopo.[54] Tra cui non possiamo non citare: Ennio Bonali – Dino Mengozzi (a cura di), La Romagna e i generali inglesi cit.; Natale Graziani, Il comandante Libero Riccardi. Capo della Resistenza armata nella Romagna appenninica, «Studi Romagnoli», LV (2004), Società di Studi Romagnoli, Cesena, 2006, pp. 243-300, edito anche in Id., La prima Resistenza armata in Romagna, Autunno 1943 – Primavera 1944, Fondazione Comandante Libero, Milano, 2010 (isbn 9788890601804); Marco Renzi, La strage di Fragheto (7 aprile 1944). Nuove verità, reticenze, contraddizioni, Società di studi storici per il Montefeltro, San Leo, 2007.[55] Luciano Marzocchi, Prefazione cit., p. 13. Sul perché l’archivio della Brigata sia stato distrutto cfr. Giorgio Fedel, Storia di Riccardo F. cit.[56] Istituto Storico Parri Emilia-Romagna, Un passaggio di fase della Resistenza. La dialettica e i conflitti della primavera 1944. La contraddittorietà dei documenti attraverso la vicenda del Comandante Libero in Romagna nelle ricerche di Giorgio e Nicola Fedel, Bologna, 17 aprile 2009.[57] The National Archives, Kew (TNA), Public Record Office (PRO), Records of The Cabinet Office (CAB) 106/653, «Report on Partisan and Subversive Activity in German-occupied Italy from September 10th, 1943 to May 14th, 1944, by Brigadier J.F.B. Combe D.S.O. and Brigadier E.J. Todhunter (Secret)»; Bundesarchiv (BArch), Abteilung Militärarchiv, Freiburg im Breisgau (MA), RH24-73/7, Rapporto segreto del Comandante della Zona Operativa Prealpi sulla situazione datato 30 gennaio 1944 («Lagebericht Nr. 8 [Berichtszeit 24.12.43 – 23.1.44]. Abt. Ic. Nr. 22/44 g. Kdos»); BArch, MA, RH24-73/11, Rapporto segreto del Comandante della Zona Operativa Prealpi, Gruppo Witthöft (nel seguito di questa nota: “Comandante G.W.”) sulla situazione delle bande datato 1° marzo 1944 – con 1 allegato («Bandenlage [Berichtszeit 25.1. – 25.2.1944]; Abt. Ic. Nr. 393/44 geh.»); BArch, MA, RH24-73/11, Rapporto segreto del Comandante G.W. sulla lotta alle bande nella zona a sud di Forlì datato 15 marzo 1944 – con 1 allegato («Bandenbekämpfung Raum südl. Forli; Abt. Ic. Nr. 500/44 geh.»); BArch, MA, RH24-73/11, Rapporto del Comandante G.W. sulla lotta alle bande datato 9 aprile 1944 («Bandenbekämpfung; Abt. Ic.»); BArch, MA, RH24-73/8a (rep. anche in RH24-73/11), Rapporto segreto del Comandante G.W. sulla situazione delle bande datato 11 aprile 1944 – con 1 allegato («Bericht über Bandenlage vom 21.3. – 8.4.1944, Abt. Ic. Nr. 710/44 ghe.»); BArch, MA, RH24-73/8a (rep. anche in RH24-73/11), Rapporto segreto del Comandante G.W. sulla situazione datato 24 aprile 1944 – con 3 allegati («Lagebericht Nr. 10; Abt. Ic. Nr. 830/44 geh.»); BArch, MA, RH24-73/11, Rapporto segreto del Comandante G.W. sull’operazione contro le bande nell’area a sud di Santa Sofia datato 25 aprile 1944 – con 5 allegati («Bericht Bandenunternehmen Raum südl. S. Sofia; Abt. Ic. Nr. 831/44 geh.»); Сергей Николаевич Сорокин, Звезда Гарибальди: смелость, отвага, мужество, записал под редакциейa Валентин Ющенко, Центрально-Черноземное книжное изд-во, Воро́неж, 1969 (Sergej Nikolaevič Sorokin, Stella Garibaldi: Coraggio, audacia, valore, a cura di Valentin Juščenko, Central’no-Černozemnoe, Voronež, 1969).[58] Centro Studi Ettore Luccini – Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Marca Trevigiana – Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, Il caso Libero: Riccardo Fedel l’antifascista veneto fondatore e primo comandante della Brigata Garibaldi “Romagna” ucciso da altri partigiani nel giugno 1944. Relazioni introduttive di Nicola e Giorgio Fedel, Padova, 20 novembre 2009; Istituto Storico Parri Emilia-Romagna, Il caso Libero. Nuove fonti, nuove ricostruzioni e difficoltà emerse dalla ricerca. Incontro con Giorgio e Nicola Fedel, Bologna, 9 novembre 2010. Un altro “incontro di studio” avrebbe dovuto aver luogo in precedenza a Ravenna ma, per interferenze politiche, per ben due volte è stato annullato all’ultimo momento (il 17 dicembre 2009 e poi, di nuovo, il 13 settembre 2010. Cfr. AFCL, ua, Convegno di Ravenna): Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Ravenna e Provincia – Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea della Provincia di Forlì-Cesena – Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, Discussione circa le nuove fonti della Resistenza romagnola e il caso Libero reperite da Giorgio e Nicola Fedel. Incontro con Giorgio e Nicola Fedel, Ravenna; Natale Graziani, La Resistenza armata nell’Appennino forlivese e cesenate dal Rapporto segreto dei generali inglesi di Brigata J.F.B. Combe ed E.J. Todhunter, «Studi Romagnoli», LX (2009), Società di Studi Romagnoli, Cesena, 2010, pp. 1-36, edito anche in Id., La prima Resistenza armata in Romagna cit.; Roberta Mira – Simona Salustri, Partigiani, popolazione e guerra sull’Appennino. L’8ª brigata Garibaldi Romagna, con il patrocinio oneroso dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Forlì-Cesena, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2011 (isbn 9788865411551); Giorgio Fedel, La prima Resistenza armata nell’Italia centrale occupata dai tedeschi (1943-1944) alla luce delle fonti d’archivio britanniche e tedesche, Tesi di Laurea magistrale, Rel. Antonio Varsori, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Padova, a.a. 2010-2011.

Quei manifesti che ricordano la Brigata Garibaldi Romagnola

Il Resto del Carlino - 3 giugno 2014

da Il Resto del Carlino – Forlì, 3 giugno 2014, p. 12 

IL COMANDANTE partigiano Libero è tornato in Romagna. Sono apparsi infatti in 24 comuni dal ravennate al forlivese grandi manifesti con l’immagine di Riccardo Fedel ‘Libero’, il primo comandante partigiano in Romagna con la scritta “W L’italia, l’Italia liberata…” e un succinto testo: «Onore alla Brigata Garibaldi Romagnola. Tra le prime e meglio organizzate formazioni partigiane d’Italia, attiva fin dall’autunno 1943, arrivò a contare quasi mille uomini prima dei grandi rastrellamenti dell’aprile 1944». La gente, incuriosita a Santa Sofia come negli altri comuni, si ferma a leggere e in tanti non capiscono, altri annuiscono, qualcuno s’informa.

IL SENSO dell’iniziativa viene spiegato da Giorgio e Nicola Fedel della Fondazione Riccardo Fedel-Comandante Libero, rispettivamente figlio e nipote del comandante ucciso da altri partigiani per motivazioni e in circostanze mai del tutto chiarite. Il suo corpo non è stato ritrovato. In occasione del 2 giugno, festa della Repubblica nata dalla resistenza — precisano — ci è parsa una buona idea commemorare nelle terre di Romagna la prima e meglio organizzata formazione partigiana di Italia: la Brigata Garibaldi Romagnola, caduta, come Libero, in un buco nero della storiografia che vogliamo contribuire a illuminare con l’invito a sostenere la libera ricerca storica».

I DUE Fedel specificano: «Dopo 70 anni lo spazio del dibattito e della ricerca storica sulla resistenza è di fatto appannaggio dell’Anpi e degli istituti storici da essa influenzati». A dar man forte alla tesi di un libero confronto storiografico c’è il ricercatore forlivese Ennio Bonali, che dal 1974 studia la tragica vicenda di Libero. «Avanzo — dice — alcune proposte: un bel convegno che metta insieme in una chiave di lettura aggiornata tutti i prodotti della ricerca più recente, che sono tanti a partire dall’archivio Cucchi; all’Anpi, la richiesta di inserire Riccardo Fedel nel proprio albo d’oro dei caduti per la libertà; alle istituzioni, promuovere il conferimento di un’onorificenza alla sua memoria. Perché tanto accanimento contro quest’uomo, antifascista e comunista, e la sua immagine?».

di Oscar Bandini

Viva l'Italia, l'Italia liberata...

Manifesti apparsi in Romagna in occasione del 2 giugno 2014

L’incontro che fa storia. Settant’anni dopo, l’abbraccio tra i figli del comandante partigiano Libero e del generale inglese Todhunter

Da Il Resto del Carlino – Forlì dell’8 sGiorgio Fedel - Michael Todhunter in occasione dell'8 settembre 2013ettembre 2013

 

 

 

 

 

 

A SETTANT’ANNI dall’armistizio del 1943, Michael, figlio del generale inglese Joseph Todhunter, e Giorgio, figlio di Riccardo Fedel ‘Libero’, il primo comandante della brigata partigiana romagnola, si incontrano a suggello di una amicizia storica. L’incontro è avvenuto a Gaiole in Chianti, dopo anni di fitto scambio epistolare, grazie a Franca Nanni proprietaria dell’agriturismo Pianconvento e figlia di Torquatino che, nell’autunno del 1943, immortalò con la sua macchina fotografica gli alti ufficiali inglesi, il padre Torquato, Tonino Spazzoli e Bruno Vailati, tra gli altri, alla Seghettina, il podere del popolo di Ridracoli dove si rifugiarono per sfuggire ai nazifascisti. La storia di questo stato maggiore fuggito dal campo di prigionia 12 di Vincigliata e le successive peregrinazioni prima a Camaldoli e in seguito, alla Seghettina, sono in gran parte note, così come l’organizzazione della ‘trafila democratica’ che riportò quasi tutti gli ufficiali al di là delle linee nemiche dopo un periglioso cammino dalla montagna alla pianura e alla costa romagnola. Ma ora emergono nuovi, importanti particolari su quelle vicende, confermati anche grazie alle lettere che il generale Todhunter scrisse alla moglie (segnalate a Giorgio Fedel da Michael Todhunter e rese pubbliche da http://www.msmtrust.org.uk). Dai documenti viene rafforzata la tesi dell’impatto strategico generato dall’aiuto che i militari alleati ricevettero dalle popolazioni montanare di questa parte di Appennino dal settembre ‘43 all’estate del ‘44 prima che gli Alleati sfondassero la linea gotica. Contadini, allevatori, braccianti e famiglie in gran parte povere misero a repentaglio la loro esistenza per aiutare i militari che parlavano ‘lingue strane’. Un grande corridoio umanitario (300 le persone coinvolte solo nelle valli a sud di Santa Sofia) il cui ruolo è stato in gran parte riconosciuto dagli alleati e molto meno dallo stato italiano. SUL rilievo dei generali inglesi Combe (il liberatore di Forlì) e Todhunter, fatti fuggire dai romagnoli, basta sapere che i due dopo essere arrivati da Porto S. Giorgio allo stato maggiore alleato, furono inviati dal generale McCreery al generale Alexander a Napoli. Da lì, poi, al generale ‘Jumbo’ Wilson ad Alessandria, che organizzò per loro il volo in patria e direttamente da Winston Churchill a Chequers per informarlo sulla forza dei partigiani nel nord Italia e delle possibilità di coordinamento con le forze partigiane guidate da ‘Libero’ (Riccardo Fedel), come risulta dal loro rapporto segreto del 1° giugno ‘44, portato alla luce da Giorgio e Nicola Fedel della Fondazione Riccardo Fedel – Comandante Libero. Il secondo aspetto riguarda proprio il rapporto umano tra Combe e Todhunter. Il generale Todhunter torna a Santa Sofia nel dicembre ‘44 a salutare le famiglie che lo avevano aiutato fino a nove mesi prima. Nelle lettere alla moglie descrive questa sua visita e di come, con il padre camaldolese Leone Checcacci, prima in jeep e poi a piedi con una faticosissima salita in mezzo alle neve, arrivò fino alla Seghettina, per portare alle famiglie che li avevano ospitati giocattoli, sigarette e lamette da barba. E riceverne un calorosissimo abbraccio. In contemporanea con la presenza di Todhunter a Forlì è presente l’amico Combe che ha appena liberato la città e questo fa pensare alla probabilità che si siano incontrati e abbiano scambiato opinioni sulla scomparsa di Libero. Un’ ipotesi rafforzata dal fatto che nel dopoguerra i due hanno continuato a frequentarsi e che hanno trasmesso a Michael Todhunter una narrazione eroica e senza ombre del comandante Libero, ucciso e poi calunniato da chi ne aveva preso il posto. Non a caso Forlì fu l’unica città in regione che i partigiani non furono autorizzati a liberare: un gelido gesto di disistima di Combe verso chi aveva voluto eliminare senza ragione uno dei suoi salvatori.

di Oscar Bandini