Importante convegno di studio su Libero

di Marcello Flores, Direttore scientifico dell’INSMLI

 Convegno bologna con data

L’INSMLI, insieme con l’Istituto Parri Emilia-Romagna e con la Fondazione Riccardo Fedel di Milano, ha deciso di dedicare un pomeriggio di riflessione e discussione di tipo seminariale al tema:

Il Comandante Libero e la Resistenza in Romagna: una discussione storiografica e documentaria.

Recenti contributi di tipo storiografico e documentario hanno riacceso l’interesse per una questione che per anni è stata al centro di polemiche, contrapposizioni, interpretazioni divergenti e contrapposte. Pensiamo che a ridosso del 70° della Resistenza, un anniversario che ha mostrato la maturità ormai raggiunta dal dibattito storiografico, ma anche dalla coscienza collettiva e in cui la realtà di una Resistenza molteplice e multiforme si è imposta definitivamente come paradigma storico, sia possibile affrontare temi che sono stati a lungo considerati «scomodi» o addirittura «pericolosi». L’intento del seminario è provare a fare il punto sulla questione, sia rispetto alle fonti e alla documentazione sia rispetto ai diversi interrogativi storiografici che ancora non sono riusciti ad avere una risposta chiara e condivisa. Non si tratta di appoggiare questa o quella interpretazione, ma di misurare la possibilità, oggi, di rispondere con maggiore coerenza interpretativa e base documentaria a quegli interrogativi che riguardano una figura di capo partigiano, ma al tempo stesso la storia intera del movimento partigiano in una zona precisa e in un tempo circoscritto.

 Bologna, 1° aprile (14:30 – 18:30)

 14:30 – Marcello Flores (Direttore scientifico dell’INSMLI), Gli interrogativi storiografici  sulla Resistenza

14:45 – Luca Alessandrini (Coordinatore Direzione Istituto Parri), Le questioni aperte sulla  Resistenza in Romagna e il «caso Libero» 

15:00 – Nicola Fedel (Segretario della Fondazione Comandante Libero), La documentazione  su Libero e la Resistenza in Romagna

 A seguire: interventi programmati di altri studiosi e ampia discussione aperta.

Perché Artioli non difende il nome partigiano?

di Nicola Fedel
Spiace sia stato necessario ricorrere in giudizio per veder affermata una verità ovvia (la sentenza non è ancora definitiva). Pensiamo che Artioli avrebbe potuto e dovuto riconoscere spontaneamente di aver sbagliato, contribuendo così a tutelare la memoria di un partigiano combattente, come peraltro previsto dallo Statuto dell’Anpi. E invece (incredibilmente spendendo il nome dell’Anpi ravennate per esprimere una discutibile posizione personale), ha voluto agire diversamente. Chissà perché…

Si legge come un giallo, ma è un’opera di attenta e notevolissima filologia…

E’ finalmente uscita l’attesa “Edizione critica del Rapporto Tabarri”, il documento “centrale” sulla cui base per anni è stata ricostruita la storia della Resistenza in Romagna. Pubblichiamo in anteprima un estratto dalla Prefazione di Marcello Flores (direttore scientifico dell’INSMLI, massimo Istituto di ricerca storica sulla Resistenza in Italia) al saggio (di oltre 500 pagine) pubblicato dalla Fondazione Comandante Libero:

Edizione critica - copertina (2)Questo nuovo volume della Fondazione Riccardo Fedel-Comandante Libero s’inserisce in un lavoro di lungo periodo che, motivato dalla volontà di restituire la verità alle vicende (di vita e di morte) di un personaggio centrale ma a lungo rimosso nella storia della Romagna, ha scelto la strada della ricostruzione storica documentata, dell’analisi critica delle fonti, del dibattito storiografico aperto ma vincolato alla serietà e professionalità della ricerca.
Il volume che viene adesso pubblicato è sostanzialmente un’opera di attenta e notevolissima filologia applicata al documento centrale – il rapporto Tabarri – su cui per tantissimo tempo si è fondata ogni lettura e interpretazione della Resistenza in Romagna dal 1943 alla fine del 1944.
Al di là della precisa analisi condotta con acribia e intelligenza il lavoro di ricostruzione del rapporto Tabarri si legge a tratti come una sorta di romanzo d’avventure o di romanzo giallo: tanti, infatti, sono i documenti che vengono presi in esame o che emergono nel corso dell’indagine o che determinano alla fine la formulazione di una ipotesi che risulta convincente.
Il complesso e lungo lavoro per ripristinare la verità filologica del rapporto Tabarri ha avuto come risultato secondario – ma primario ai fini del compito prefissato – quello di (ri)trovare una documentazione aggiuntiva rispetto a quel testo finora unico, nel raccontare le vicende della Resistenza in terra di Romagna. Questa documentazione è quella che è stata rinvenuta presso il Fondo Cucchi, che si trova nelle carte dell’archivio dell’Irsifar (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza) e che ha costituito la fase finale del lavoro compiuto da Nicola Fedel e Rita Piccoli.
Che questo libro esca nel 70° anniversario della liberazione della Romagna è un segno tangibile di come, ormai da tempo anche se non sempre in modo omogeneo, si sia abbandonata la retorica della celebrazione e si sia deciso di affrontare le vicende della Resistenza attraverso la strada della ricerca storica, dell’accumulo e messa a disposizione della documentazione, della trasmissione e divulgazione dei risultati acquisiti sia in forma di pubblicazione che di divulgazione presso il grande pubblico o di attività didattica presso gli studenti. In quest’ottica il presente lavoro non costituisce certo un punto d’arrivo definitivo, ma un momento di partenza – importante e qualificato – per una riappropriazione documentaria utile a ripensare complessivamente alcuni aspetti della storia della Resistenza in Romagna e permetterne quindi in futuro una nuova, più completa e più attendibile narrazione.
Di questo, in realtà, si avverte ormai la necessità anche a livello nazionale. (Marcello Flores, direttore scientifico dell’INSMLI)

GLI STIVALI – un racconto sulla guerra di Liberazione

Sempre per ricordare i 70 anni dalla Liberazione, pubblichiamo un racconto scritto da Giorgio Fedel (il figlio di Libero) tra il 1952 e 1954, quando egli aveva cioè tra i 16 e i 18 anni. Emerge dal testo una profonda «verità sentimentale» che si trasforma in testimonianza storiograficamente rilevante, perché questo “lessico famigliare” è esso stesso una testimonianza non ignorabile di quali fossero le idee e le autentiche convinzioni di Riccardo Fedel (il Comandante Libero)

Giorgio Fedel

GLI STIVALI

Stavo giocando nell’orto quando gli uomini con gli stivali vennero a casa mia. Mi chiamarono:

« Sei tu il figlio di…? ». La loro voce era dura.
« Sì ». E li guardai.
Erano troppo alti e severi. Vedevo bene solo i loro stivali neri e i loro calzoni strani. Entrarono in casa.
« Dov’è tuo padre? ».
Pensai: “Papà non lo vedo da tanto tempo; la mamma ha detto che è a combattere; mamma ha detto che non devo riferirlo a nessuno”.
« Non lo so ».
« C’è tua madre? ».
« No, è al lavoro ».
« Sei tu solo, in casa? ».
« C’è anche mio fratello più piccolo: ha quattro anni ».
« Chiamalo ».
Mi affaccio sulle scale e lo chiamo. Si presenta sul pianerottolo: è tutto sporco di fango.
« Ma cosa hai fatto? ».
Mi guarda con occhi luccicanti:
« Un disegno ».
« Un disegno? E dove? ».
« Qui ». E indica con la manina la camera.
Corro di sopra: l’ho sempre detto che Bruno ha spiccate doti di decoratore, ma non intendevo incoraggiarlo a fare i suoi disegni sulle pareti della camera da letto. Penso che stasera mamma se la prenderà con me e gli mollo una sberla.
« Vieni giù, stupido! »
Si è messo a piangere e per asciugarsi gli occhi si illuridisce sempre più la faccia. Quando lo vedono, anche gli altri si mettono a ridere. Ma presto ridiventano seri.
« Dov’è papà? ».
Bruno li guarda. Forse gli fanno paura: si avvicina a me.
« Non so dov’è papà. Non l’ho mai visto ».
Lo guardano. Uno di loro gli dà un buffo sulla guancia:
« Porca miseria, ‘sta guerra…! ».
Se ne vanno. Tiro un sospiro di sollievo. Se avesse risposto altrimenti mamma dice che ci fucilano tutti e quattro. È andata!
Il fratello di Gino era uno con gli stivali. Facevano sempre a botte con lui per questo. Gino lo scusava:
« È stato costretto! Altrimenti lo mandavano in Germania ».

« Poteva andare a fare il partigiano » rispondevano.
Il fratello di Gino non aveva avuto il coraggio di andare in montagna ed ora gli avevano messo gli stivali. E la camicia nera. Portava il mitra al fianco ed era giovane: un ragazzo.
Un giorno una squadra andò con un camion fuori del paese. I partigiani li attaccarono. Il fratello di Gino morì tentando di scappare.
Ci dispiacque. Gli stava bene, ma ci dispiacque. Per Gino e per lui. Era giovane.
Nella nostra strada eravamo tutti della stessa idea. Era il clima. Il padre di Walter teneva in casa due inglesi. Se gli stivali avessero saputo, li avrebbero ammazzati tutti come porci. Noi lo sapevamo. Lo sapevano tutti i ragazzi. Ma non quelli degli stivali. E nemmeno Mario ed Ettore, i figli del fascista. Erano delle spie, pensavo, ma forse sbagliavo. In ogni caso facevamo spesso a botte perché dicevano che i partigiani erano traditori.
« I traditori siete voi! » urlavamo convinti.
Ma non era vero. Non erano loro, Mario ed Ettore, i traditori.
Comunque per le altre questioni eravamo amici: avevano una fame terribile anche loro. Tutti avevamo fame. A casa si mangiava pochissimo ed allora ci arrangiavamo a spese dei contadini. Partivamo tutti alla mattina, d’estate, e ci divertivamo fino a sera, quando tornavano i genitori. Andavamo a nuotare e mangiavamo frutta. Portavamo a casa zucche e fagioli. Le zucche le mangiavamo tutti in compagnia, seduti su un prato vicino al forno, dove si portavano ad arrostire. Era la nostra cena. Avevamo sempre fame…
I bombardamenti da noi non furono molti, dapprima, ed anzi ci pareva di essere un po’ trascurati in confronto alle città vicine. Noi piccoli, in fondo, avremmo avuto piacere che venisse qualche aereo, solo per noi. E vennero gli aerei. Ogni mattina alle dieci venivano e lanciavano due bombe per uno sul ponte della ferrovia. Che non riuscivano mai a centrare. Ogni giorno. E ci abituammo anche a loro. Anzi, ci servirono: colpirono alla stazione un treno carico di mele. Ce n’era una quantità enorme. Fu Cochi ad avvertirci. Stavamo giocando alla fucilazione: ci mettevamo a ridosso di un muro: due di noi si piazzavano con la mitragliatrice e «ta-ta-ta» ci fucilavano tutti. Giocavamo a chi moriva meglio, con più arte. Cochi arrivò gridando:
« Ragazzi, c’è un treno di pomi. È rotto. Ci vanno tutti! ».
Partimmo di volata. Sentivamo già l’odore delle mele. Alla stazione trovammo un camion di uomini neri con i mitra: non si poteva passare. Aggirammo la posizione: lungo la ferrovia scorreva un fossato pieno d’erbe. La gente rispettabile non passava di lì: non lo guardavano. Passammo e raggiungemmo il treno mentre cominciava ad ululare la sirena d’allarme. Gli stivali fuggirono. Noi non ci accorgemmo di niente se non quando sentimmo le raffiche di mitragliera e rombo assordante di caccia bombardieri sopra la nostra testa. Scappammo, senza però abbandonare le mele che c’eravamo ficcate in seno. Erano buone. Corremmo sulla strada mentre la mitragliera picchiettava sopra di noi: pareva un inferno. Riuscimmo a raggiungere un trattoria a venti metri dalla stazione. Giorgio ed io eravamo in testa ed arrivammo per primi sulla porta. Era chiusa a chiave. Ci mettemmo a battere come pazzi e poi cominciammo a spingere finché la porta non s’aprì di schianto ed entrammo a valanga nel locale mentre rintronava assordante un colpo di pistola. Un tedesco impazzito dalla paura, probabilmente credendoci partigiani, aveva sparato. Bastava qualche centimetro più in giù e mi forava il cranio.
Lo zio di Walter era partigiano. Lo tennero un po’ a casa loro perché era stato ferito. Lo andavamo a trovare ogni sera perché ci narrasse avventure di guerra:
« È vero che sei stato in Jugoslavia? ».
Sorrideva fra la barbaccia nera:
« Ma non ve l’ho già raccontata la storia della Jugoslavia? ».
« Raccontacela ancora. A noi piace lo stesso ».
E ci sedevamo per terra attorno al letto. Ed allora diceva della Jugoslavia, e di come vivevano in caserma, e che gli toccava di ammazzare per niente, e che aveva un grande desiderio di tornare a casa a vedere i suoi bambini. E tante cose, e tutte nuove: perché ogni volta i ricordi divenivano meno oscuri ed appariva tutto il passato. Quando aveva finito gli volevamo molto bene. Cosa che faceva ingelosire Walter, che perciò gli rivolgeva sempre le domande facendoci così pesare la sua superiorità di nipote diretto del nostro eroe.
« Zio, ci canti quella canzone di ieri sera? ».
Sorrideva e cominciava a cantare con voce di basso, da forte contadino:
« Fischia il vento, urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar / per conquistar la nostra primavera… ».
E così la imparammo. E la sera quando ci sedevamo sul prato a mangiare le zucche, la cantavamo. E così la impararono anche i fornai e le donne che ritiravano i panini dalla finestra.
Il giorno della fiera venne qualche giostra. Da tre giorni non venivano aerei e perciò la gente si arrischiò ad uscire di casa.
In piazza c’era tanta gente e fu questo che convinse lo zio Toni ad andare a trovare i suoi bambini prima di tornare tra i partigiani. Lo seguimmo a distanza fino in piazza. Poi le giostre ci attirarono e, augurandogli in cuore buona fortuna, lo perdemmo di vista.
Un bottegaio che l’aveva visto avvertì gli stivali. Con un camion andarono a casa sua e lo aspettarono. Cominciava ad annottare. Per non farsi vedere aveva seguito viottoli di campagna. Vide la porta e le finestre aperte, illuminate, Piero e Gianni, i suoi piccoli, corsero fuori ridendo. Da dentro li chiamò la madre. Eran due anni che non li vedeva: corse avanti.
Gli si pararono subito contro intimandogli l’alt. Si voltò di scatto e corse a
furono sopra e gli esplosero un caricatore di mitra sul cranio. Poi lo legarono dietro al camion avviandosi verso il paese che attraversarono a passo d’uomo.
Il primo che se ne accorse fu Walter che ci avvertì gridando e piangendo. Ci mettemmo dietro al camion. Piangevamo tutti. Era un bell’uomo forte. Gli volevamo bene. Dietro a noi s’era formato un corteo. Senza sapere come, si levò tra noi il canto:
« Fischia il vento e urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar… ».
Gli stivali, che fino a quel momento erano stati muti, sorpresi dal dolore provocato, si scossero. Il nostro canto provocò quella loro strana paura che aveva bisogno di altri morti per sparire. Spararono come matti per aria, ed accelerando portarono l’inutile cadavere in Caserma.
Mamma non volle che Bruno ed io restassimo a casa. Mamma seguiva la guerra: aveva comperato una carta geografica ed ascoltava la radio dell’Italia Liberata.
Sapeva che era troppo pericoloso per noi. Restarono lei e Luciano. Che doveva studiare «perché occorrono uomini che sappiano dirigere». Andammo a Venezia. Dalla nonna trovai tutti i cugini, ma rimpiangevo gli amici. E poi si pativa la fame, che rimaneva, nonostante l’esperienza, l’unica cosa alla quale non mi riusciva di abituarmi.
Si mangiava bene solo al sabato, quando mamma veniva con la valigia di “viveri”.
Un sabato venne e ci disse che restava lì perché c’era la Liberazione. Disse che avevano fermato la filovia a Mestre e che i tedeschi ed i fascisti erano terribilmente impauriti e gridavano senza ragione: una confusione da vigilia.
La mattina dopo fummo svegliati dallo scoppiare di una bomba in canale. Ci affacciammo alle finestre e vedemmo in campo S. Polo uomini con la bandiera tricolore e il mitra. Sparavano sui tetti delle case dove s’erano rifugiati gli ultimi stivali. La sparatoria durò tutto il giorno.
Eravamo pazzi di gioia: la pace, finalmente.
Il giorno seguente si poteva uscire e lo zio ci condusse al Piazzale Roma a vedere i partigiani che arrivavano. Tutta Venezia era in festa.
Tutti si abbracciavano e ridevano e piangevano.
Non dimenticherò mai quel giorno. Avevo nove anni.
Riccardo Fedel, Comandante Libero, Liberazione, Venezia, Giorgio Fedel, Gli Stivali raccontoPoi tutto si calmò. Io ero ritornato a casa ed ero felice ed anche un po’ triste: gli stivali non vennero più a chiedermi:
« Dov’è tuo padre ».
Del resto sarebbe stato inutile: mio padre non tornò più.

Racconto pubblicato (quale vincitore del Primo premio per la Prosa) su «Riccati ’48. Periodico culturale studentesco», IX, n. 3 del 23 maggio 1956, p. 4, rivista dell’allora molto attiva Associazione Allievi dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Jacopo Riccati” di Treviso. Copia originale del numero della rivista è depositata nell’Archivio della Fondazione Comandante Libero di Milano.

Per festeggiare il 70° anniversario del 25 aprile: la verità sul Caso Libero rivelata nel testamento spirituale di Giorgio Fedel

ciao comandante liberoEra l’inizio di luglio del 2014. Il 25 aprile di quell’anno sul Corriere della Sera usciva un annuncio a tutta pagina per ricordare il 70° anniversario dalla morte, purtroppo avvenuta per mano partigiana, di Riccardo Fedel, il comandante Libero.

Proprio in quei giorni di aprile, il figlio di Libero, Giorgio Fedel, veniva ricoverato per accertamenti, in seguito ai quali scopriva di essere gravemente ammalato.

Chiuso il lavoro di redazione del suo saggio La prima Resistenza armata in Italia (con la prefazione del prof. Varsori), si rende conto di non avere ulteriore tempo a disposizione, e decide di scrivere una Nota di chiusura. Una sorta di testamento spirituale, nel quale espone la sua verità sull’uccisione del padre.copertina la prima resistenza armata in italia Una verità “provvisoria”, frutto delle ricerche di anni, che ha sentito l’urgenza, a pochissime ore dalla sua morte, di far conoscere in modo diretto alla comunità degli storici e dei democratici italiani. Avvicinandosi la ricorrenza del 70° anniversario della Liberazione, pubblichiamo il suo scritto, che riteniamo onori la memoria della Resistenza ed il pensiero democratico italiani.

Giorgio Fedel, Riccardo Fedel, Comandante Libero, 8 settembre, Strabatenza, Brigata pargiana romagnola

Mentre sta andando in stampa questo mio saggio [La prima Resistenza armata in Italia alla luce delle fonti britanniche e tedesche], che ha l’ambizione, spero non infondata, di rappresentare un tassello importante nel panorama della storiografia sulla Resistenza (soprattutto nel metodo), mi trovo a combattere con un adenocarcinoma polmonare in stadio molto avanzato, che sta sempre più rapidamente fiaccando la mia resistenza. È questa, dunque, forse l’ultima occasione che mi rimane per esprimere pubblicamente – seppur in sintesi – ciò che speravo di aver tempo di illustrare ed argomentare diffusamente nella monografia su Riccardo Fedel ed il suo antifascismo “lungo”, cui sto lavorando con mio figlio Nicola da almeno tre anni. Mi si perdonerà, perciò, se approfitto della presente pubblicazione per aggiungere una nota (quasi) fuori tema.

Sono nato il 14 luglio 1936. Ho quindi ormai quasi compiuto settantotto anni. Ma come ho avuto modo dire in un’occasione pubblica a Santa Sofia nel 2011, una parte di me è rimasta a quando avevo otto anni, a quando mi dissero che mio padre era morto da partigiano.

Era la primavera del 1945. In quel periodo, quasi tutti quelli che erano partiti per la guerra, militari “regolari” o partigiani o internati nei campi di concentramento (come mio zio, Armido Piovesan), tornavano a casa. Ma mio padre non tornò. Noi, i miei due fratelli (Luciano il maggiore, Bruno il più piccolo) ed io, lo attendemmo per giorni e giorni, di vedetta all’imbocco della strada che portava a casa nostra a Mogliano, nel trevigiano, dove c’eravamo trasferiti all’inizio della guerra. Mia madre, gli zii, i nonni veneziani, la nonna paterna, dopo diversi mesi, ci dissero che il papà era stato un eroico comandante partigiano (nome di battaglia Libero Riccardi) che in Romagna, nella primavera del 1944, dopo un grande rastrellamento tedesco, era scomparso; che quasi certamente era morto. Morte presunta, ci dissero: perciò io, irragionevolmente, continuai ad attenderlo…

Luciano_Giorgio_Anita_Riccardo FedelE si sa cosa succede ad un bambino in questi casi: cresci e diventi adulto apparentemente come tutti gli altri, ma diversamente dagli altri, accanto a te sta, invisibile, silenzioso, quel bambino che non cresce, che ti tira ogni tanto per la giacca e ti chiede: « quando torna? ». E quando capita, lancinante, quel ricordo-domanda, mi si riempiono gli occhi di lacrime, che nascondo a figli e nipoti pulendo occhiali perfettamente trasparenti, ancora oggi, in questi giorni faticosi.

Mio padre fu ucciso da altri partigiani, per ragioni e in circostanze che è stato molto difficile accertare sul piano storico. In questi anni, abbiamo costantemente cercato di condividere gli esiti (sempre provvisori) delle nostre indagini con la comunità scientifica e l’opinione pubblica. Ed è quello che intendo continuare a fare con questo mio scritto, cui deve però essere attribuito un senso più politico che storiografico. Sul piano storiografico, infatti, mi sto accingendo a compiere un atto discutibile almeno quanto quello, da me criticato, di Pavone. Mi sto accingendo, cioè, ad indicare delle ipotesi, lasciando a chi verrà dopo di me il compito di verificarle (o, per essere epistemologicamente più precisi: falsificarle). Ho l’unica scusante, ritengo, di non farlo per pigrizia, ma per cause di forza maggiore.

Alcune di queste ipotesi sono in realtà state già ampiamente suffragate da prove documentali e testimoniali e addirittura sono già state inserite in varie pubblicazioni. Altre, invece, si trovano ad uno stadio più acerbo, ma rappresentano, in questo preciso momento, l’intima convinzione che mi sono fatto di cosa sia effettivamente accaduto: di quale sia la “verità”. Ed è un’intima convinzione che sento di dover esprimere direttamente, assumendomene in prima persona la piena ed esclusiva responsabilità.

Essendo convinzioni basate su fatti, prove e indizi raccolti in anni di ricerca (e non illazioni infondate), cercherò di indicare, almeno a grandi linee, i filoni documentali o storiografici ai quali attingere per un riscontro. Naturalmente, non mi esimerò dall’esprimere opinioni personali, avvalendomi ampiamente, in questi casi, del diritto di critica, con modalità – mi auguro – meno violente e scorrette di chi, su Riccardo Fedel (su mio padre), ha pensato invece, in questi anni, di potersi esprimere senza alcuna continenza.

Punto primo: mio padre venne assassinato. Non «ucciso» (come qualcuno mi pregava di dire, per essere più politically correct). Né, tantomeno, «giustiziato». La verità è che mio padre venne brutalmente assassinato. Come peraltro “certificato” dalla Procura Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di Padova, la quale ebbe modo di occuparsi del caso nel 2008, a seguito di un mio esposto-denuncia. All’epoca, l’inchiesta venne archiviata perché ritenuto troppo arduo, dato il tempo trascorso, scoprire i responsabili. Ma il fatto-delitto venne qualificato come «violenza con omicidio». Ed io mi sono permesso di concludere l’indagine privatamente.

Da quanto scoperto, risulta che gli esecutori materiali dell’omicidio premeditato di mio padre (commesso tra la fine di maggio ed i primi di giugno del 1944, in un casolare isolato di campagna tra Meldola, Ronco e Forlimpopoli), siano stati:

  • Annibale Bertaccini;

  • Adelmo Lotti, detto Boris;

  • Renato Morigi, detto Scalabrino.

Questi tre uomini furono, con ogni probabilità, solo “l’arma del delitto”. Essi infatti, in quel momento, non erano consapevoli di quanto stavano facendo (e questo vale sicuramente per Adelmo Lotti; un’ulteriore verifica andrebbe fatta su Bertaccini e Morigi, noti per la condanna subita nel 1958 per i fatti di Thiene del maggio ’45). A dircelo sono il racconto di Adelmo Lotti (riferito dal figlio Boris Lotti a Natale Graziani) e di Renato Morigi (a me riferito da Sergio Lolletti, al quale fu però impedito da Jader Miserocchi di avere un secondo colloquio con Scalabrino). I mandanti dell’omicidio, e quindi i veri colpevoli, risultano essere stati:

  • Ilario Tabarri, detto Pietro;

  • Guglielmo Marconi, detto Paolo.

I due decisero di assassinare Libero senza aver ottenuto alcuna autorizzazione dai comandi superiori e senza, tantomeno, che fosse emessa sentenza da alcun Tribunale Partigiano, nemmeno autoproclamato. La mia opinione è che lo fecero perché, nonostante avessero cercato di scaricare su Libero le (loro) responsabilità per lo sbandamento della brigata dell’aprile ’44, i comandi di pianura (conclusa un’inchiesta) decisero di designare nuovamente Libero come comandante dei partigiani romagnoli di montagna (come, con una frase ellittica ci fa sapere Arrigo Boldrini nel suo Diario di Bulow in data 11 maggio 1944). A quel punto, Tabarri e Marconi, forse comprensibilmente preoccupati delle conseguenze personali, forse sinceramente convinti di agire per il bene del Partito e della Resistenza (nonostante la diversa opinione degli organi direttivi), decisero di intercettarlo dal rientro dal Veneto e di ucciderlo, facendo “sparire” il corpo (mai più reso, né ritrovato) e ordinando a tutte le persone coinvolte di mantenere il segreto, per sempre. Qualche settimana dopo, Tabarri e Marconi uccisero (o fecero uccidere), probabilmente per il timore che potesse troppo “agitare le acque”, anche Zita Chiap, la staffetta di Libero (e forse sua compagna in quei mesi).

Complici di Tabarri e Marconi nel premeditare gli omicidi risultano essere stati:

  • Umberto Macchia, detto Pini;
  • Jader Miserocchi;
  • Luigi Fuschini, detto Savio (almeno fino al 22 aprile 1944).

Tengo a dire che sono perfettamente in grado di comprendere le motivazioni degli assassini di mio padre, siano esse state politiche o, come credo, personali (il timore di essere “epurati”). Così come sono in grado di esprimere un giudizio tutto sommato indulgente sul loro operato (viste le categorie culturali che essi possedevano e le circostanze straordinarie che si sono trovati a vivere).

La cosa che fatico a giustificare, invece, è la mancata restituzione del corpo di mio padre alla sua famiglia (Cfr. Lettere di Tabarri ad Anna Fedel), perché è dai tempi dell’Iliade che un tale rifiuto costituisce un crimine contro l’umanità.

Favoreggiatori degli assassini (con il termine intendendo chi consentì loro di sfuggire alla giustizia, negli anni successivi) risultano essere stati (in tempi diversi e con differenti livelli di responsabilità):

  • Ilio Barontini, detto Dario;
  • Adamo Zanelli, detto Jean;
  • Sergio Flamigni;
  • Luciano Marzocchi;
  • Pietro Secchia, detto Vineis.

E forse, successivamente, anche Arrigo Boldrini e Luigi Longo.

Ritengo che i favoreggiatori siano intervenuti esclusivamente per motivi politici: evitare che il Partito comunista italiano (o qualche suo esponente di punta) fosse sottoposto a processi penali o ad attacchi mediatici.

Alcuni di questi, però, credo abbiano peccato di eccesso di zelo. Mi riferisco a Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi i quali, negli anni Settanta, arrivarono, come ho scoperto, a prendersi gioco di mio fratello Luciano, assicurandogli di aver preso a cuore la vicenda di Libero e di condividere l’intento di restituirgli l’onore, mentre iniziavano un’opera sotterranea di ulteriore diffamazione della memoria di mio padre e, ne sono convinto, avviavano l’opera di occultamento e distruzione dei documenti “compromettenti” negli archivi del Partito comunista.

Con grandissima amarezza, ho di recente scoperto che anche l’ex onorevole Elio Fregonese (che consideravo mio padre putativo) prese parte a questo “crimine contro la verità”, forse nella speranza che ciò lo potesse aiutare a far carriera nel Partito.

Il “danno collaterale” di questo favoreggiamento è ancora oggi rappresentato dal «buco nero della storiografia» che il presente saggio ha voluto contribuire a illuminare.

Le ragioni politiche dell’esistenza di questo “buco” sono cessate nel 1989. Eppure, in Romagna, in alcuni ambienti, il tempo sembra es­sersi fermato. All’Istituto Storico della Resistenza di Forlì (ancora oggi egemonizzato dalla famiglia Flamigni), nelle Anpi romagnole e, di conseguenza, nei comitati direttivi degli Istituti storici di Ravenna e Rimini, incapaci di sottrarsi alle strumentalizzazioni politiche e di svolgere quel ruolo esclusivamente scientifico che i loro statuti li obbligherebbero a svolgere, permangono sacche di stalinismo che sarebbe doveroso, sul piano della politica culturale di questo Paese, sradicare.

Tutto quanto precede risulta: da documenti del Fondo Ottava Brigata e da altri «in via di riordino» conservati all’Istituto Storico della Resistenza di Forlì; da documenti del Fondo 28ª Brigata conservati negli Archivi del Novecento di Ravenna; da documenti del Fondo Aldo Cucchi, conservati all’IRSIFAR; da documenti delle brigate Garibaldi e/o della Direzione Nord del PCI conservati all’Istituto Gramsci di Roma; da documenti “dimenticati” nell’Archivio Flamigni di Oriolo Romano; da documenti reperiti negli archivi militari britannici e tedeschi; da documenti dell’Archivio della Fondazione Comandante Libero e dell’Archivio Famiglia Fedel (in particolare: le lettere di Tabarri inviate nel 1946 alla sorella di mio padre, Anna Fedel).

Voglio rivolgere, in conclusione di questa Nota, un abbraccio fraterno ai tanti che, in questi anni, si sono dimostrati vicini e hanno sostenuto questa mia “battaglia” e, soprattutto, a coloro i quali ne hanno compreso le ragioni più profonde, che non erano (solo) familiari e affettive, ma (anche) scientifiche e politiche.

Treviso, 9 luglio 2014

Giorgio Fedel

Alle sei e un quarto del mattino dell’11 luglio 2014, Giorgio Fedel si è spento nella sua casa di Treviso, dove ha continuato a lavorare fin quasi all’ultimo istante, facendo in tempo a licenziare, il 9 luglio dell’anno scorso, il testo sopra pubblicato. 

THANKS LIBERO! INTERVENTO DEL FIGLIO DEL GENERALE TODHUNTER AL CONVEGNO DI CAMALDOLI NEL 70° DELLA LIBERAZIONE DELLA ROMAGNA

Camaldoli giornata di studio per il 70° della liberazione - FacebookLadies and gentlemen, good afternoon. I must tell you that when I received the invitation to speak at this conference I felt very flattered, and I immediately thought that I could have used a few pages of the booklet that I had written about the military adventures of my father, the brigadier General Todhunter. Then I realized that it would have been absolutely pretentious on my part, since I had laid out those pages just for my family, and I could not absolutely guarantee their accuracy for a wider and qualified audience.

Therefore, I will not conceal that I was about to pull back, but then the organizers reassured me that I was not supposed to do an intervention as an historian, rather a family testimony that could evoke a human bond arisen in those years and that still resists today, through the generations, seventy years after those events.

So I decided to start telling you when, for the first time, I managed to see the places where my father took refuge, with the help of the monks of Camaldoli, the local peasants and the partisan movement of Romagna.

Earlier this year (2004) we were asked to stay with Max & Joy Ulfane at Fighini and I decided to have another shot at finding Seghettina. Without the slightest hope of getting a reply I wrote to “Signor Nanni” at the address where Torquato had lived when I corresponded with hirn 20 years ago on the off chance that some descendant of his might still live in the house. To my amazement Torquato himself – aged 87 – replied and in no time was making elaborate plans to help me achieve my ambition.

Seghettina is now in the middle of a forested national park, so much protected that entrance to it is forbidden without the express permission of the head ranger -Renzo Di Julio. Luckily Renzo is known to Torquato through a mutuai friend. And so quite early on the moming of July 11th we set off on our adventure.

We set off in a mini bus on the Santa Sofia  to Poppi road and after about lO kilometres transferred to land rovers to follow a very rough track, which eventually fizzled out. And from there we walked. And that is the point – Seghettina is and always was inaccessible by any sort of road and was therefore ideai for hiding escaping prisoners of war. Our brigadier and General John were sent there by Don Leoni – one of the brothers at the Eremo – and described in my father’s photograph album as “our guide, philosopher and friend”.

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He was a particular friend of Laurenzo Rossi, who had been in the Eremo with him, but was defrocked on account of his enthusiasm for the ladies. Laurenzo, who was a man of some property, had moved to farm at Seghettina, surrounded by countless children, so it was natural for Don Leoni to send them to hirn.

At 700 metres, Seghettina is a settlement of 4 houses now surrounded by the forest, but then obviously in much more open country. There is now a large man-made lake in the valley below and the largest house which is the only one left standing, is occupied as a holiday home by a charming family and a curious collection of other keen naturalists. These people made us very welcome and let us use their “dining” room for a feast  which was emptied from the rucksacks of our party – endless Italian dishes and bottles of Torquato’s own delicious red wine, followed by pudding wine and two different types of Grappa. I made a short speech expressing my deep gratitude for the realisation of a long held ambition and severa! others replied with emotional reference to the common cause of liberty 60 years ago.

Two of the houses were a hundred metres or so further up the bill and on the wall of one of them a plaque had been placed: «During the fall of 1943, these houses of Seghettina welcomed a large group of senior officers of the British army escaped by the prisons. […]. The populations of the Apennines and the Romagna plain, even at the risk of their lives, were with courage and with love by their side to return them to freedom». Even at the risk of their lives!

Well, I want to express here once again, also on behalf of my family, the immense gratitude for the fact that the Rossi family in Seghettina and many others before and after them (from father Checcacci to the Spazzoli brothers, from the commander Libero to the Nanni family, from Bruno Vailati to Sandrino of Strabatenza) endangered their lives to shelter my father and the other officers.

Giorgio Fedel - Michael Todhunter in occasione dell'8 settembre 2013©GiuliaFedel

That day at Seghettina, my wife Caroline and I were very impressed to discover that our traveling companions felt the same level of gratitude to those officials and indeed to all the British people, because compared to their parents that basically defended their homes, they took up the arms in 1939 in defense of the freedom of countries that were thousand miles away from their homeland.

My father was able to return to England in May 1944. Sunday May  14 he was reunited in London with my mother and my sister, Susie, who had travelled up from Shropshire, where we lived in the war. I was 9 years old and at Heatherdown, which had been evacuated to Downton Hall, Ludlow.

Later that week Mr Warner the headmaster said after breakfast that there was to be a change in routine that day: Todhunter was to have his rest before rather than after lunch. And after lunch he said that Todhunter was to come with him to his study, where was standing a short, stocky man in uniform with red tabs and a moustache. “Todhunter” said Mr Warner, I suspect relishing the moment, “”I want to introduce you to your father”.

I suppose I might have recognised hirn from the photograph over my bed, but it was certainly a moving and memorable moment. I had last seen him when I was four and there is a photograph of hirn shaking hands with me and saying goodbye. Apparently he said to me “I foave you in charge of the family, Benjy”, which so much weighed on my mind that for years I was haunted by the same nightmare. So my mother said. I remember the nightmare: lying on my back in the middle of a ride in a big wood with an elephant approaching and its foot ju st about to come down on my face.  So there!

With some time to go before the taxi retumed to take us home for the night, Warner suggested we should go for a walk down the back drive. No sooner were we outside than my father dived into a rhododendron bush for a pee. During the war of course there were no men in the family, so I was scandalised by this unexpected behaviour and distinctly remember thinking “I have only just found a father and they seem to have sent the wrong one!”

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My father then wanted to war again, always in Italy. Despite himself, he was assigned to a desk job, in liberated italy. But he did not forget his rescuers. I wish to read some passages from a letter my father wrote to my mother on December 17th , 1944:

My own Darling,

I am afraid I have not written for a few days not because I am idle or because I have stopped loving you but because I have been up in the mountains seeing my friends.

I set off on Wed: with toys for 22 children about 1,000 cigarettes and some soap and razor blades. [At] S. Sofia […] I proposed to start walking would have meant another journey round of 200 miles. As a result I stayed the night at the monastery al Eremmo where I found Don Leone who did so much for us in Sept 1943 and he luckily offered to come and walk with me.

It was bitterly cold and snowed quite hard during the night but we started off next morning at 8 a.m. We tried all sorts of mountaineering feats with the jeep, but bridges down, roads blown and snow and mud finally beat us and at 11 o’clock we had to make up our minds to give up or walk. […].

The first hour was all uphill and on the top there was about 8 inches of snow, with fine snow, bit luckily not much, falling all the time. We then went down hill for another ½ hour to find two families: the Rossi’s with whom Pipol (?) and the Air Marshal and Rudolf lived in Sept and Oct of ’43 and Ubaldo (?) with whom John and General Dick lived at the same time. Their own houses and almost everything they possessed had been burnt by the Germans as a reprisal after a Partisan battle but luckily they were warned and cleared out in time. As a result they were living in even greater squalor than usual 1 ½ hours walk away from their farms.

Although the Rossi men and girls were away and only Granny and the children were at home there was a great welcome […] and we had lunch of bread and cheese and wine.

The toys were a great success, so were the cigarettes and soap and I saw my godson called Giuseppe after me […]. I took some photographs and we pushed on about 1.30. […].

After that an hour downhill took us to Maurigio’s mill where G.P. and Guy lived for a long time. I left Leone there and went on about 20 minutes to Sandrino’s house where I lived last Dec, Jan and Feb: they had just finished supper and when I walked in there was a gasp of surprise and then the whole family fell on me […]. Both arms were nearly torn off and everyone had to be kissed: I had never imagined such a welcome and they all said “We knew you would come back: you said you would and you have always kept your promises”. After a very talkative supper the toys were produced, rifles for the boys, small dolls for the girls except my sweet Maria for whom I had found a big one.  I asked her if she remembered that I had promised to bring her something and she said “Yes a doll” so I told her to look in my pack: she pulled it out and unpacked it with her eyes getting bigger and bigger and when she finally found it she looked at it quite silently for about ½ a minute and said very solemnly “It isn’t really true it’s for me” so I said “Yes” and she just came like a whirlwind onto my lap gave me an enormous kiss and burst into floods of tears. […]. Next day I made a sort of triumphal progress […] Rio Salso where John and I lived in Nov 1943. By this time the news had got round that I had arrived and at every house we passed there were cheers and pressing invitations to eat and drink. […] I got back to Sandrino’s house at 6 o’clock where a vast supper had been prepared in honour of me and Leone. We had tortelli, which are made of dough and potatoes, rabbit, sausages, cheese, apples and nuts, a really outstanding ‘festa’ and afterwards crowds of people came to pay a call and talk. I counted 60 people in the kitchen at one time and they had come for miles. […]. The warmth of my welcome really did surprise me and the really long distances people walked just to shake hand and have a crack. One warrior walked 2 ½ hours each way to the village, found he had missed me when he got there and cheerfully walked another 2 hours each way just to say how glad he was that I had [there]. The photographs of you and the children had a howling success: yours was specially admired and it was agreed that you were a ‘bellissima donna’ and had worn wonderfully well for your age and four children!  In case your head swells I must tell you that beauty is judged largely by weight in these parts and one old granny after gazing at you for some time said ‘What milk she must make !’

This is the private sphere, so to speak …

As a military, my father is known for having written with General Combe a report considered strategically very important, so that because of this on May 11th 1944 the two brigadiers were led directly to the Allied Army Headquarters in Italy, with urgency. They arrived in Caserta by General Alexander, who the following day sent them by plane with a temporary pass to Alexandria by General Jumbo Wilson, supreme commander of the Mediterranean Theater. I am as sure as I can be that they were flown  home  on  Saturday  May  13 where  they  were  taken  directly  to Winston Churchill to be interviewed about the strength of the resistance in Northem Italy. This is one of the few things that my father told me and he said that Churchill was sitting up in bed in a silk dressing gown with Chinese dragons all over it – a glass of brandy and a cigar in his hand. He had read the report and completely mastered it, cutting them short if they repeated what was in it and asking about endless details.

Whether this is accurate or not I now know from Christopher Woods that as the result of a subsequent war office conference, he – at this time responsible in London for the activities of SOE in Northem Italy -: was instructed to have more agents and presumably equipment parachuted into Romagna to bolster the partisans, who were commanded by a man known as Libero. He told Michael Sissons that, as a result of this, Allied strategy was altered and the advance Northwards through Italy was undertaken with greater dispatch.  I wonder if the dear old brigadier ever knew that as a result of his endeavours the conduct of the war was affected in this very small way.

Some years later, I think it must have been on my parents’ thirtieth wedding anniversary, my mother most uncharacteristically suddenly raised her glass at dinner and said “Well, my darling, thirty years of happiness: which do you think were the best?” “Undoubtedly the war years” said  my  father without a moment’s  thought. And my mother cried and we were all scandalized.

But, as I finished my second glass of grappa at Seghettina, I couldn’t help wondering whether, in comparison to being slouched over the wheel of a combine harvester grinding up and down the flat plains of Essex, there wasn’t something rather alluring about being in these magnificent mountains, adrenalin coursing through your veins, in the prime of life and incredibly fit, nerves taut with the sense of danger and excitement. And, more important, would not being with people, who were risking the lives of themselves and their families not only on your behalf but also on behalf of Liberty – not in some far flung European state, but in their own backyard – be more fulfilling than piling up a com mountain that nobody wants? I am now prepared to give the dear old brigadier the benefit of the doubt.

Michael Benjamin Todhunter

Monastero di Camaldoli, 15 novembre 2014